Finalmente la parola agli stagisti. Risultati dal sondaggio della Commissione europea

Francesca Fazio


Lo stage: esperienza quotidiana della maggior parte dei giovani, bersaglio del Legislatore e riempi-buchi mediatico, eppure ancora così sconosciuto nei suoi contenuti ed effetti reali.

Per riempire il vuoto di informazione (prima di tutto statistica e di monitoraggio) sui tirocini e per procedere quindi in maniera maggiormente pragmatica alla ultimazione del “quadro di qualità per i tirocini a livello europeo”, la Commissione ha pubblicato un sondaggio su quasi 13 mila giovani europei provenienti da diversi contesti socio-economici al fine di conoscere meglio le loro esperienze di tirocinio (Commissione europea, The experience of traineeships in the EU, Flash Eurobarometer n. 378, novembre 2013). Il quadro che emerge sfata qualche luogo comune e mostra ancora una volta la peculiarità del caso italiano, con degenerazioni e abusi che non sempre si trovano negli altri Paesi (per un approfondimento: Free e-Book ADAPT, La regolazione dei tirocini formativi in Italia dopo la legge Fornero. L’attuazione a livello regionale delle Linee-guida 24 gennaio 2013: mappatura e primo bilancio, ADAPT University Press, 2013).

 

È sempre vero che la maggior parte dei giovani effettua uno stage dietro l’altro, in una sequenza senza fine, e per lo più al di fuori del percorso di studi?

In Italia, forse, è così. Ma non è sempre così in Europa, come bene indica il rapporto della Commissione. Infatti, sei giovani su dieci dichiarano di aver effettuato almeno due tirocini e una quota non trascurabile (un quinto) ne ha svolti oltre tre. La maggioranza (63%) afferma però di avere effettuato il tirocinio durante gli studi, mentre solo un terzo dopo.

 

Stage infiniti che durano mesi e mesi?

Semmai il contrario. La maggior parte degli stage dura fino a tre mesi e solo il 15% supera i sei mesi di durata, mentre quasi un terzo dura meno di un mese.

 

Deregolamentazione e assenza di tutele?

In parte. Manca infatti la presenza di un accordo o contratto scritto tra le parti in quasi il 40% dei casi e un terzo dei tirocinanti non riceve o non sa di ricevere una qualche forma di assicurazione.

 

Stagisti non pagati? Dunque sfruttamento o professionalizzazione?

In parte, ma la retribuzione non è tutto. La maggior parte dei tirocinanti dichiara di non ricevere alcun compenso (59%), mentre il 40% è pagato, sebbene nella maggior parte dei casi non sufficientemente per coprire le spese. La grande maggioranza degli stagisti intervistati indica poi di aver svolto mansioni analoghe a quelle delle persone strutturate nell’azienda ospitante, compresi gli orari di lavoro.

Tuttavia, dipingere ciò come sfruttamento fine a sé stesso non sarebbe realistico, visto che la quasi totalità degli stagisti dichiara di avere avuto la disponibilità di un tutor o mentore (91%) e di avere tratto un ritorno dall’esperienza in termini di accresciuta professionalità (89%). Tre quarti di loro è fiducioso poi sul fatto che lo stage gli sarà d’aiuto per trovare un lavoro, anche se solo in meno di un terzo dei casi è avvenuta la conversione diretta da tirocinio a contratto.

 

Certificazione delle competenze?

In parte. Pare tuttavia ancora troppo lacunoso il sistema di certificazione delle competenze apprese in stage. Oltre un terzo degli stagisti non riceve alcuna certificazione o lettera di referenza sulla esperienza effettuata.

 

Dallo studio emerge, infine, il fallimento delle politiche per la mobilità giovanile all’interno del mercato del lavoro europeo, se si tiene conto del fatto che meno di un tirocinante su dieci tra quelli intervistati ha svolto il suo internship in un altro Paese, e, nella maggior parte dei casi, ciò non a causa della mancanza di risorse finanziarie, ma perché non interessati. La mobilità non è intercorsa neanche parzialmente, ovvero come trasferta e per un periodo limitato di tempo all’interno dello stage. I pochi che hanno svolto un tirocinio all’estero, però, ne risultano molto soddisfatti e avranno probabilmente più chance nel mercato del lavoro, avendo migliorato le proprie competenze linguistiche (in otto casi su dieci) e lo spirito di adattabilità (in sette casi su dieci sono disponibili a lavorare e vivere all’estero).

 

Francesca Fazio

ADAPT Research Fellow

@francesca_fazio

 

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Il presente articolo è pubblicato anche in linkiesta.it, 18 dicembre 2013, con il titolo Cinque miti da sfatare su stage e tirocini.




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