5 marzo 2018

Elezioni, la trasformazione che ancora non capiamo

Francesco Seghezzi


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In queste ore si sprecheranno i commenti e ciascuno proporrà la propria analisi, ma il punto di partenza, dettato anche dalla più distratta osservazione di quello che è accaduto questa notte (e che ancora sta accadendo a spoglio in corso) è chiaro: siamo di fronte ad una sconfitta netta e violenta di tutta la politica degli ultimi 10 anni, e forse anche di più. Una politica che ha fatto delle riforme del lavoro uno dei tratti caratterizzanti e più controversi, come dimostra il feroce dibattito sui dati del lavoro, concentrato più sul tema della precarietà che su quelle ipotetiche soluzioni, come le moderne politiche attive, per accompagnare un cambio di paradigma in corso.

 

Una sconfitta che possiamo dipingere con i tratti quasi rassicuranti di una divisione nord-sud, che pure è evidente, ma che tradisce in realtà una spaccatura più profonda, esemplificata dai voti presi dalla Lega sia al nord che in regioni come Emilia, Toscana e Umbria. Un Paese diviso in due, che ci piaccia o no. Ed un Paese che non ha avuto pudore nell’esprimere questa divisione e questo rifiuto alle urne, lo dimostra un’affluenza che nessun analista (altri sconfitti di queste elezioni) poteva immaginare. Molti diranno che ce lo si poteva aspettare, che in fondo doveva succedere, ma in realtà nessuno se l’aspettava. Ed è proprio per questa spaccatura netta e drammatica, che fa sì che un mondo, quello che scrive sui giornali, interviene nei dibattiti tv, fornisce analisi ed interpretazioni, non comunica in alcun modo con quell’altro 50%, e viceversa.

 

E ora il primo lavoro necessario è quello di andare a ricostruire le origini di questa spaccatura, e sono molte. Mancano ancora numeri sicuri per poterle scandagliare ma dai primi dati emergono scenari che avremmo dovuto (e non abbiamo) imparare a conoscere partendo da quanto dovrebbe averci insegnato (e non ci ha insegnato) la Brexit e l’elezione di Trump. Emergono infatti spaccature profonde tra città, soprattutto centro-città, e periferie, tra quei luoghi urbani nei quali si prova e spesso si riesce a beneficiare di una globalizzazione che ci connette al mondo, lasciando però profondamente indietro chi non riesce a connettersi, che quindi si difende esplodendo in un voto che chiede chiusura, ritorno ad un mondo antico, rivendicando e denunciando il fatto di essere stati dimenticati. E sarebbe troppo facile leggere il fenomeno solo ed unicamente in chiave economica. I dati ci sarebbero tutti: salari stagnanti, occupazione a basso valore aggiunto, riduzione dell’occupazione nella manifattura. Ma di momenti economicamente difficili ne abbiamo vissuti altri, e la reazione non è stata questa. E anche questa volta inizialmente non era così, non sono infatti le prime elezioni da quando siamo immersi in questa crisi.

 

Ma no, non è solo economico il problema. Siamo di fronte ad una insicurezza e una paura data da un cambiamento a cui nessuno sembra trovare una risposta. Un cambiamento che si traduce in meno posti di lavoro nei settori tradizionali, e in tante piccole crisi locali che spesso ci dimentichiamo ma che condizionano profondamente la vita di tantissime comunità locali, nelle tante piccole province periferiche italiane, spesso tagliate fuori, anche per colpa loro ovviamente. E in un clima di incertezza hanno vinto e stanno vincendo le risposte facili, quelle che cercano di spiegare la complessità in modo semplicistico, ma che almeno sono percepite proprio come una risposta. E allora chi propone il reddito di cittadinanza, l’abolizione della riforma Fornero, l’uscita dall’euro, il rimpatrio degli immigrati va per la maggiore. E non si venga a dire che è colpa di un popolo ignorante. Anche se così fosse in politica spesso i problemi della domanda derivano da problemi dell’offerta. Tra chi ha negato i problemi, ha negato questa trasformazione dipingendo scenari tanto ottimisti e gloriosi quanto lontano almeno da un 50% della popolazione, rispondendo alla complessità negandola, si è scelto in buona parte chi la complessità l’ha riconosciuta, banalizzandola (per ignoranza o per malafede) e individuando risposte semplici. Si è raccontato di un mercato del lavoro che migliorava, senza capire che migliorava per alcuni, e che migliorando nella quantità mutava profondamente nella qualità, spesso al ribasso. Un Paese che in uno scenario globale di polarizzazione ha visto crescere la fascia bassa, non quella alta come nel resto d’Europa. E il lavoro non è solo salario, è sicurezza e stabilità. Ma noi abbiamo raccontato per anni un’idea di stabilità che non esiste più, generando così una spirale divergente tra realtà e racconto che è stata uno dei più grandi esempi di eterogenesi dei fini della storia recente. Il tutto per l’incapacità di riconoscere un cambiamento in corso per il quale nessuno in Europa e nel mondo ha una lettura omogenea e onnicomprensiva, ma almeno tenta di darla. Noi abbiamo invece risposto alla quarta rivoluzione industriale (che è molto di più della tecnologia) con soluzioni vecchie e con la retorica del “va tutto bene”. Pensando in fondo che non occorra dialogo e costruzione comune, cosa che è invece fondamentale proprio in un momento di passaggio epocale verso qualcosa che non conosciamo. E così ha vinto l’usato sicuro, ricette vecchie ma che fossero almeno distruttive e semplicistiche. Se il lavoro cambia e sembra esserci più disoccupazione in questa fase di transizione cosa meglio di un reddito assicurato? Ma anche questo, oltre ad essere irrealizzabile alle condizioni attuali, non sarà mai una risposta a questa domanda di comprensione del cambiamento, di insicurezza che, ripetiamo, non è economica, ma è profondamente intima ed in fondo antropologica e culturale. Ma è chiaro che si tratta di un tema da discutere mettendo da parte le armi utilizzate nell’ultimo periodo, che hanno portato ad un risultato opposto.

 

Si sono però individuati nemici a cui dare la colpa, fosse l’Europa, gli immigrati, il Jobs Act, la Fornero, i robot e la tecnologia e si è identificato il superamento di alcune situazioni attuali come automatico ritorno al passato. Senza che chi invece difendeva queste cose fosse in grado di inserirle in uno scenario più ampio che per forza di cose richiede sforzo di comunicare una visione del futuro che, richiede risposte complesse, ossia di sistema, che guardino molto più al lungo che al breve termine. E così si è ottenuto il risultato opposto, ossia che la difficoltà e il prezzo che certe scelte degli ultimi anni hanno comportato non ha neanche portato ad esiti che ne giustificassero le fatiche, perché si è avuto paura di dire chiaramente che certe cose impopolari vanno fatte, e soprattutto che le cose impopolari possono avere un senso non in una narrazione in cui tutto va per il meglio, ma in una che si sforza di comunicare essa stessa un tentativo di comprensione di un mondo difficilissimo da capire.

 

Ora ripartire sarà difficilissimo, perché l’unico modo per ripartire è iniziare da zero. I calcoli di palazzo stanno a zero, anche se certamente andranno fatti. Ma senza un tentativo di ricucire gli strappi che il risultato elettorale evidenzia non potrà esserci futuro. E per ricucire occorre l’umiltà di ascoltare questo 50%, con tutta la difficoltà che questo comporta. La tentazione di guardare dall’alto al basso è tanta, e forse in parte giustificata da chi proviene da un mondo diverso, ma qui si capirà chi ha a cuore il bene comune, o chi ha a cuore una idea, pur buona e giusta, di società ed è disposto ad ignorare la realtà per provare ad affermarla, trasformandola così in ideologia, un qualcosa di cui sinceramente oggi, abbiamo poco bisogno.

 

 

PS. Un mea culpa va forse fatto. In questi anni il dibattito sui numeri del lavoro è stato duro, durissimo, e in tanti vi abbiamo partecipato. L’obiettivo ultimo è sempre stato quello di mostrare come il mercato del lavoro stava cambiando e di come le ultime riforme fossero lontane da questo cambiamento. Questo dibattito però ha avuto anche risultati opposti a quelli sperati, andando ad alimentare uno scontro che ha finito per impoverire e non arricchire il dibattito stesso. Non erano le intenzioni, ma se fosse così non possiamo che dispiacercene.

 

Francesco Seghezzi

Direttore Fondazione ADAPT

@francescoseghezz

 

 

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