27 maggio 2019

Elezioni europee e lavoro: molte conferme e qualche novità

Francesco Nespoli


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Bollettino ADAPT 27 maggio 2019, n. 20

 

Una densa e ormai consolidata letteratura lega le condizioni economiche al consenso espresso dagli elettori verso i cosiddetti partiti neo-populisti, nazionalisti, sovranisti, e, in Europa. Si tratta a dire il vero di studi variegati, dei quali una parte sottolinea come il populismo abbia prosperato anche in situazioni di prosperità economica. Ciò che orienta maggiormente il voto non sono quindi le condizioni economiche complessive di una nazione, bensì la condizione delle periferie, dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”.

 

È questa una lettura che regge al confronto con i risultati delle elezioni europee? Almeno in Italia sembrerebbe di sì. Sembra una connessione che regge in due dati: innanzitutto la frattura tra centro e periferie. Sono molte infatti le città e i capoluoghi dove la Lega non vince, con distanze anche di dieci punti rispetti alle zone periferiche o comunque non centrali delle stesse province.

Il secondo dato è la scarsa affluenza nel Mezzogiorno sud che potrebbe essere legata agli effetti della promessa del reddito di cittadinanza, una misura che ha probabilmente sorpreso molti elettori con importi esigui e criteri compressi, da contrapporre invece alla maggior semplicità di una misura come Quota 100, diventata realtà già da qualche mese, non invisa alle imprese, e che la Lega è riuscita ad intestarsi, vincendo al nord e anche al centro anche nelle grandi città, pur con margini ridotti rispetto a quelli nelle periferie.

 

Se le rilevazioni socio-demografiche dovessero confermare questa ipotesi, si riproporrebbe con il reddito di cittadinanza un effetto già osservato con il Jobs Act: quando la promessa genera aspettative irrealizzabili il consenso anche entusiastico si rovescia in delusione.

Se viene dunque confermata l’efficacia del tema del lavoro nell’attrarre e respingere consenso, quali conseguenze avranno le nuove geografie politiche risultanti dalle elezioni sulle politiche del lavoro?

Questa domanda va articolata su due dimensioni: quella nazionale e quella europea. A livello nazionale bisogna ricordare che è probabilmente il capitolo immigrazione ad aver completato la miscela che ha fatto esplodere il consenso accordato alla Lega dalle periferie e dai centri produttivi. Su questo punto il partito di Salvini dovrà lavorare per evitare lo stesso effetto disillusione, ma col vantaggio che non esiste un partito che avanzi un’offerta alternativa. Il dialogo più difficile per la Lega riguarda segmenti specifici di elettorato, come le piccole e medie imprese e quindi i gruppi di interesse del mondo produttivo, le associazioni degli imprenditori che, se non hanno “punito” il partito di Salvini negando il voto, hanno dimostrato nei mesi scorsi insofferenza per il passo lento sul capitolo della crescita, oltre che alla approvazione del Decreto Dignità. Su quest’ultimo fronte il sottosegretario Claudio Durigon aveva già promesso modifiche prima delle elezioni. D’altronde le cronache degli ultimi mesi sono ricche di notizie di firma di accordi collettivi volti a superare i limiti imposti dal Decreto Dignità sul lavoro a tempo determinato. Se un cambio di passo è da attendersi, è proprio sul decreto crescita e il cosiddetto decreto sblocca cantieri, soprattutto nella chiave delle grandi opere (dove il simbolo rimane la TAV, soprattutto se si pensa al successo registrato in Piemonte).

 

L’altro fronte nazionale è quello delle le “prove di dialogo” tra sindacati e governo con i tavoli aperti dal Ministro Di Maio, dove spicca il tema del salario minimo. Sul punto specifico si tratta di prove di dialogo che avvengono però anche tra Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico e che potrebbero quindi diventare un laboratorio in vista di un’alleanza ora non probabile, ma meno fantapolitica. Ciò potrà significare uno stallo in attesa di capire meglio come giocare le carte del confronto aperto.

 

Quanto al piano Europeo, vale la pena guardare alla fattibilità della proposta di una indennità europea di disoccupazione e di un salario minimo europeo, avanzate in campagna elettorale rispettivamente dal PD (e +Europa) e dal Movimento 5 Stelle. Per quest’ultimo le possibilità di influenza in Europa sono quasi nulle. Mentre per quanto riguarda invece l’indennità europea di disoccupazione le possibilità sono ben diverse. Molti esperti hanno sostenuto il principio alla base della misura. Tra questi Günter Schmid, uno dei principale ideatori della teoria dei mercati transizionali del lavoro. Basti pensare poi all’esistenza dello studio della Commissione Europea sulla proposta (“A European unemployment benefit scheme”) per capire quanto avanzato sia il dibattito. L’ostacolo principale resta la sfiducia dei Paesi del Nord Europa, ma anche questo scetticismo mostra segni di cedimento se anche il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz l’anno scorso a Davos ha avanzato una proposta in questo senso. Le prospettive per una maggioranza favorevole all’intero del Parlamento Europeo si fanno quindi più concrete. Un’occasione per l’Europa per dimostrare che l’unione economica si fa anche un po’ più politica, per rispondere a un disagio e un malcontento che a Strasburgo si è solo affacciato visto la mancata spallata sovranista, ma che è ormai chiaramente espresso dalle dinamiche elettorali che emergono dagli Stati membri.

 

Francesco Nespoli

ADAPT Research Fellow

@Franznespoli

 




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