29 maggio 2017

Politically (in)correct – E se l’Ape fosse un fallimento?

Giuliano Cazzola


Finalmente stanno diventando operativi i decreti attuativi dell’Ape social e dei c.d. precoci, mentre sono ancora in preparazione quelli attinenti all’Ape volontaria (che poi si porta appresso anche l’Ape aziendale).

 

Nei giorni scorsi, il ministro Giuliano Poletti – anche per dribblare le critiche per i ritardi, ha voluto ricordare che molti degli interventi assistenziali e previdenziali, previsti nella legge di bilancio per il 2017, sono già in vigore o sono in fase di avvio: a) No-tax area, uniformata per tutti i pensionati a quella dei lavoratori dipendenti. b) Cumulo gratuito dei periodi contributivi non coincidenti in gestioni diverse, incluso riscatto di laurea, ai fini delle pensioni di vecchiaia e anticipate. c) Niente penalizzazioni in caso di pensionamento anticipato prima dei 62 anni di età. d) Ottava salvaguardia per gli esodati. e) Opzione Donna estesa alle lavoratrici dipendenti nate nell’ultimo trimestre del 1958 (e del 1957 per quelle autonome). e) revisione ed aumento del 30% della quattordicesima dal prossimo luglio.

 

Quanto all’Ape social i requisiti sono noti. La prestazione è prevista per coloro che hanno almeno 63 anni di età e rientrano in una delle seguenti quattro tipologie di soggetti: lavoratori disoccupati senza sussidio da almeno tre mesi, caregiver che assistono da almeno sei mesi il coniuge (anche in unione civile) o un parente di primo grado con handicap grave, persone con disabilità pari almeno al 74%, addetti a lavori disagiati o a mansioni gravose.

 

Nei primi tre casi, occorre aver maturato 30 anni di contributi, che salgono a 36 per i dipendenti che svolgono da almeno 6 anni (nell’ambito degli ultimi 7 di attività) attività per le quali è richiesto un impegno difficoltoso e rischioso (gli operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia, conciatori, maestre d’asilo, ecc.).

 

L’APE sociale consiste in un trattamento assistenziale di importo non superiore a 1.500 euro al mese (non è soggetto a rivalutazione) che accompagnerà le quattro categorie sopra individuate al raggiungimento della pensione. L’indennità è comunque compatibile con la percezione di redditi da lavoro nei limiti annuali di 8mila euro per i lavoratori dipendenti e di 4.850 euro per quelli autonomi.

 

Il ritardo nel completamento delle misure applicative – ferma restando la decorrenza al 1° maggio – ha determinato uno slittamento in avanti dei termini per il compimento delle operazioni. Le domande dovranno essere presentate entro il 15 luglio, anche se i requisiti matureranno successivamente, nel 2017. L’Inps provvederà ad esaminare le posizioni entro il 15 ottobre; così l’assegno comincerà ad essere erogato da novembre (ricordiamo che si tratta di un provvedimento sperimentale fino a tutto il 2018).  Ciò perché nel frattempo viene riconosciuta la certificazione del diritto, sulla base della quale il soggetto interessato dovrà chiedere e potrà ottenere la prestazione. Nel 2018, invece, le domande potranno essere presentate nei primi tre mesi dell’anno, dal primo gennaio al 31 marzo.

 

È poi noto che vi sono dei limiti annuali di spesa (300 milioni di euro per l’anno 2017; 609 milioni di euro per l’anno 2018; 647 milioni di euro per l’anno 2019; 462 milioni di euro per l’anno 2020; 280 milioni di euro per l’anno 2021; 83 milioni di euro per l’anno 2022; 8 milioni di euro per l’anno 2023). Qualora dal monitoraggio delle domande presentate ed accolte emerga il verificarsi di scostamenti, anche in via prospettica, rispetto alle risorse finanziarie disponibili, la decorrenza della indennità è differita, con criteri di priorità (la materia è stata definita in sede di DPCM) in ragione della maturazione dei requisiti (e, a parità di requisiti, in ragione della data di presentazione della domanda), al fine di garantire un numero di accessi all’indennità non superiore al numero programmato in relazione alle predette risorse finanziarie.

 

Le stime dei possibili utilizzatori sono state caute fin dall’inizio e meriterebbero di essere rimesse a punto in conseguenza dei ritardi nell’avvio dell’operazione. Erano stati previsti, per l’Ape social, in 35 mila i soggetti in grado di far valere i requisiti necessari  nel 2017 e in  18 mila nel 2018. Quanto all’Ape volontaria – la flessibilità possibile che “passa il convento” – non risultano previsioni attendibili, ammesso e non concesso che l’iniziativa giunga davvero in porto.

 

Tutto ciò premesso, se si mettono a confronto i trend effettivi del pensionamento (dalla riforma del 2011 in poi) viene il legittimo dubbio che l’operazione Ape non sia destinata ad ottenere un particolare successo e che le persone interessate saranno soprattutto lavoratrici (salvo i casi in cui l’Ape social finirà per essere l’unica soluzione per coloro che perdono il lavoro ad età avanzata).

 

Perché siamo convinti di una siffatta performance? In questa rubrica ci siamo sforzati – dati statistici ufficiali alla mano riguardanti i settori del lavoro dipendente ed autonomo privato, poiché purtroppo l’Inps non fornisce quelli del lavoro pubblico con la medesima frequenza – di dimostrare quanto ingombrante sia il falò della retorica in tema di età pensionabile; e di come dell’entità del suo innalzamento sia più grande la percezione della realtà. A considerare, infatti, le diverse tipologie di quiescenza si scopre che è significativo se non addirittura prevalente il pensionamento anticipato/di anzianità e che l’età effettiva alla decorrenza del trattamento, in tale fattispecie, resta intorno ai 60 anni o poco più.

 

In sostanza il vero “vincolo” dell’Ape non sta nell’essere un prestito da restituire (se volontaria) o di essere condizionata a precisi requisiti (se social o agevolata). Il limite concreto sul quale sbatterà la testa l’Anticipo pensione sta nel requisito 63 anni di età. Dispiacerà a Matteo Salvini e ai conduttori di talk show che gli danno spazio, eppure, nonostante la riforma Fornero, una quota consistente di lavoratori a 63 anni gode già la pensione.

 

Abbiamo usato il sostantivo al maschile non per caso. Su 608mila pensioni di anzianità (erogate nei settori considerati nelle statistiche del Coordinamento attuariale dell’Inps) il “tasso di mascolinità” (l’Istituto si esprime in questi termini) è pari al 78%, mentre sui 300mila trattamenti di vecchiaia (esattamente la metà di quelli anticipati) liquidati nello stesso periodo più di 200mila hanno interessato le lavoratrici.

 

E qui casca l’asino, perché mentre l’età media alla decorrenza della prestazione di anzianità – come abbiamo anticipato – è di poco superiore ai 60 anni per gli uomini ed un po’ più basse per le donne (le poche che rientrano in tale categoria), quella di vecchiaia alla decorrenza, (nel 2016 e nei primi tre mesi dell’anno in corso) è in media per maschi e femmine pari a 66,3 anni. Rispetto a prima della riforma del 2011 l’età media degli uomini è salita di appena 0,9 anni, mentre quella delle donne di 3,7 anni. E questo è soprattutto l’effetto dell’equiparazione tra lavoratori e lavoratrici (l’allineamento completo avverrà l’anno prossimo, mentre nel pubblico impiego –  a pena delle sanzioni Ue – è già vigente da anni).

 

Ecco spiegate le ragioni per cui l’anticipo a 63 anni tramite l’Ape può, in generale, essere interessante per le donne, “condannate”, per la loro collocazione nel mercato del lavoro, ad attendere l’età di vecchiaia, quando bastano 20 anni di versamenti contributivi (l’età media di anzianità contributiva di una lavoratrice nei settori privati è pari a 25,5 anni), non essendo in grado di accumulare i requisiti richiesti per il trattamento anticipato. La maggioranza dei lavoratori (ovviamente delle attuali coorti) non sa che farsene di anticipare a 63 anni il pensionamento. Perché di solito riesce a varcare, con mezzi propri, l’agognata soglia, alcuni anni prima.

 

Le otto salvaguardie per gli esodati hanno dato un notevole contributo a contenere l’età di quiescenza. In futuro lo daranno le norme sui c.d. precoci, una misura già di carattere strutturale (di cui si stimano 25mila utilizzatori all’anno).

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

 

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