19 settembre 2016

È questa l’Europa voluta dai padri fondatori nel Trattato di Roma?

Giulia Rosolen, Francesco Seghezzi, Michele Tiraboschi


Brevi note a proposito di occupazione giovanile ed effettivo funzionamento del piano europeo garanzia giovani in Italia

 

Soprattutto e per prima cosa, dobbiamo investire nei nostri giovani”. È un’Europa stanca e disorientata quella a cui ha parlato Jean-Claude Juncker il 14 settembre nel suo discorso sullo Stato dell’Unione al Parlamento Europeo di Strasburgo. Un’Europa che vede, proprio nei gravi divari geografici della disoccupazione giovanile, un’enorme distanza rispetto all’ideale europeo e a quanto solennemente dichiarato nel Trattato di Roma del 1957 dove di parla di determinazione per “porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei” per “assicurare mediante un’azione comune il progresso economico e sociale dei loro paesi, eliminando le barriere che la dividono perché solo cosi si può raggiungere lo scopo del “miglioramento costante delle condizioni di vita e di occupazione” riducendo al contempo “le disparità fra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite”.

 

2016-09-19_091512

 

Secondo l’Eurofound quasi il 30% dei giovani europei è a rischio di povertà ed emarginazione sociale, il 20% non è inserito in un percorso formativo o lavorativo ed un quinto pur cercando attivamente un impiego non lo trova, percentuale che sale notevolmente (arrivando anche a livelli del 40% e oltre) se si osservano i paesi del sud Europa come Italia, Spagna e Grecia, ben 2 milioni di NEET nella sola Italia. Nemmeno la situazione dei giovani che invece un lavoro ce l’hanno è rassicurante. I lavoratori vulnerabili sono soprattutto giovani sotto i trent’anni: fanno più fatica ad inserirsi nel mercato del lavoro con forme contrattuali stabili ed al contempo sono i primi ad essere tagliati fuori quando le cose non vanno bene.

 

Il disimpegno nel mercato del lavoro da un lato, e il mancato coinvolgimento in percorsi formativi dall’altro, allontana i giovani dalla società e dalle sue istituzioni, i legami, le connessioni si indeboliscono con conseguenze gravissime sulla sostenibilità del modello europeo e sul futuro delle prossime generazioni. Ripartire dai giovani è un’urgenza che non può non essere affrontata in modo serio e deciso ma anche del tutto diverso da quanto si è fatto fino ad oggi. I giovani vogliono però garanzie vere per poter costruire il proprio futuro e la forza sufficiente per poter progettare soluzioni che sappiano guardare oltre il domani e il dopo domani. Pensare, come ha affermato Junker in un passaggio del suo discorso che rifinanziare Garanzia Giovani sia la soluzione, significa non essere davvero consapevoli di quali risultati stia portando. Benché non esistano report recenti di monitoraggio disponibili a livello europeo per dimensionare i risultati del piano – nonostante le critiche della Corte dei Conti del 2015 la Commissione infatti continua a non produrre un report specifico di valutazione periodica di Garanzia Giovani e delle risorse (ingenti) ad esso destinate – sappiamo – attraverso i dati che emergono in modo frammentario dai diversi Country Report – che non solo in Italia, questa iniziativa non è stata un vero e proprio successo.

 

Il caso italiano è emblematico e basta prendere gli ultimi dati di monitoraggio disponibili (riassunti in questa infografica) per comprendere chiaramente la situazione e porsi alcuni dubbi sul rifinanziamento del piano tale e quale. A cominciare dal fatto che è già un’operazione complessa quella di reperire tali dati, aggiornati e diffusi in tempi diversi da Isfol e Ministero e contenenti informazioni spesso non sufficienti per una valutazione completa.

 

Ad oggi, al netto delle cancellazioni, i giovani iscritti al piano sono 980mila, un numero notevole per una politica occupazionale in un paese in cui i servizi per il lavoro sono spesso l’ultima scelta per un giovane alla ricerca. Di questi coloro presi in carico sono 762mila, anche in questo caso numero positivo e una prova di efficienza da parte dei centri per l’impiego relativamente alla parte iniziale di contatto e avvio del rapporto con il giovane. I problemi iniziano non appena si rivolge l’attenzione alle proposte concrete offerte ai giovani, a partire dalle tempistiche. Il piano doveva offrire ai giovani entro 4 mesi una proposta concreta, ma in media solo il 25% di coloro che l’ha ricevuta ha visto rispettare i tempi annunciati, gli altri hanno dovuto aspettare 6, 8 o anche 10 mesi. Il numero complessivo di giovani a cui è stata fatta una proposta concreta poi accettata è di 386mila, circa il 40% di coloro che si è registrato, un numero quindi non particolarmente elevato e lascia in attesa ancora la maggioranza di coloro che si sono iscritti al piano.

 

Venendo al contenuto di queste proposte è possibile fare un’analisi solo su 298mila proposte, perché l’ultimo rapporto Isfol è aggiornato a giugno. La grande maggioranza è composta da tirocini (167mila) mentre sono solo 48mila sono i giovani che hanno ottenuto un contratto di lavoro grazie al bonus occupazionale dato alle imprese, 71mila invece sono le proposte di supporto per l’integrazione nel mercato del lavoro. Secondo le ultime dichiarazioni del Ministro Poletti circa la metà dei tirocinanti alla fine del percorso trova un posto di lavoro ma al momento i dati Istat ci dicono che è l’11% la quota dei tirocinanti che poi stipula un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Analizzando più a fondo i dati disponibili, purtroppo aggiornati a marzo, si evince anche che il 26% di coloro che sono occupati dopo l’iscrizione a Garanzia giovani si sono semplicemente registrati, senza neanche essere presi in carico, mentre il 35% non ha iniziato o concluso un’azione.

 

Tutti dati che, se letti insieme, mostrano un quadro in cui le ombre sono più forti delle luci. In mossa dei giovani che hanno scommesso nel piano non è seguita una risposta, né dal punto di vista della quantità né della qualità, soddisfacente. Sono pochi i giovani a cui è stata data un’opportunità in più per la loro occupabilità, meno ancora quelli che l’hanno ricevuta in tempo e pochissimi quelli che possono contare su una proposta di qualità. Ancor più indicativo il fatto che la maggioranza di loro tra gli occupati non ha neanche concluso il piano, o anzi non è neanche stata presa in carico.

 

Richiedere quindi il finanziamento del piano senza riconoscere le problematiche che ancora lo caratterizzano e senza proporre contestualmente soluzioni e revisioni rischia di essere un boomerang sia per il governo che per i giovani italiani non incidendo veramente sulle dinamiche che oggi concorrono a dipingere un Europa geograficamente, ma soprattutto socialmente, a due facce.

 

 

Giulia Rosolen

ADAPT Research Fellow

@GiuliaRosolen

 

Francesco Seghezzi

Responsabile comunicazione e relazioni esterne di Adapt

Direttore ADAPT University Press

@francescoseghezz

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

Scarica il PDF pdf_icon

 

 




PinIt