3 giugno 2020

E la formazione professionale? Spunti per cogliere l’opportunità della crisi

Matteo Colombo


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
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Bollettino ADAPT 3 giugno 2020, n. 22

 

Dimenticati, messi in secondo piano, eppure così importanti. I percorsi che compongo l’offerta regionale dell’Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), dell’Istruzione e Formazione Tecnica Superiore (IFTS) e il sistema degli Istituti Tecnici Superiori (ITS) sono una risorsa imprescindibile per l’occupabilità dei giovani e lo sviluppo delle imprese, e lo saranno ancora di più per affrontare il (difficile) periodo di crisi economica e sociale all’orizzonte, quando non già drammaticamente presente. Ma, a differenza di quanto accade a livello europeo ([1]), il valore strategico di questa offerta formativa, che riguarda in Italia quasi 330.000 studenti ([2]), sembra essere lontano dai dibattiti che animano lo scenario politico nostrano. Proprio a loro ADAPT vuole dedicare una serie di approfondimenti, dal titolo “L’istruzione e formazione professionale per (e oltre) la ripresa”, inaugurati dal presente articolo che ha l’obiettivo di inquadrare i principali nodi problematici.

 

Le criticità che stanno attraversando questi percorsi sono infatti molteplici. Per prima cosa, molti di questi fanno dell’esperienza lavorativa il centro della loro offerta formativa: nei concreti contesti produttivi e in situazione di compito lo studente impara un mestiere, mette in pratica ciò che ha appreso in classe e a sua volta apprende da ciò che incontra e sperimenta. Una formazione di questo tipo non può quindi essere immediatamente replicata dalla didattica a distanza. E questo non solo per la natura contingente ed esperienziale che accomuna le molte ore di tirocinio curriculare svolte, ma anche perché ciò che lo studente guadagna non sono solo competenze professionalizzanti e tecniche, ma anche trasversali e personali, nate dal rapporto con i lavoratori presenti in azienda, con il cimentarsi nei compiti assegnati, con il riflettere su ciò che si è imparato con i propri compagni. Senza questo fascio di relazioni, informali ma non per questo di valore inferiore a quanto appreso in aula, il percorso conoscitivo e di maturazione del giovane rimane incompleto. Non basta, quindi, promuovere la didattica a distanza, ma ripensare come svolgere in sicurezza le esperienze formative che caratterizzano questi percorsi.

 

Inoltre, un ulteriore fattore di criticità, che ha impatti diretti anche sul primo, è quello delle risorse destinate a questi percorsi formativi. Queste arrivano da più fonti: sul totale, il 39% dalle Regioni, il 31,6% dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, il 25,8% sono risorse comunitarie, e infine il restante 3,6% sono messe a disposizione dal MIUR (dati 2017). È quindi evidente come, in un momento di crisi come quello attuale, uno stretto coordinamento tra questi diversi livelli di governance è assolutamente fondamentale. Questa molteplicità complica non solo i bilanci degli enti che erogano i percorsi in commento, ma ne limita spesso anche le capacità progettuali, vincolandoli a programmazioni a medio-corto periodo determinate dalla partecipazione a bandi e, soprattutto, oberate da complessi meccanismi burocratici.

 

La IeFP, gli IFTS e gli ITS non sono “trattati” come la scuola: sono, spesso, pensati come percorsi di qualità inferiore, residuali rispetto ai tradizionali percorsi formativi. Tale dicotomia non è certo nuova: la frattura tra la scuola, da una parte, e l’istruzione e formazione professionale, dall’altra, corre tra gli articoli 34 e 35 della stessa Costituzione, il primo che chiude il Titolo II dedicato ai rapporti etico-sociali, il secondo che apre il Titolo III, “rapporti economici”. Questi percorsi sembrano quindi essere “solo” la via più breve per favorire l’ingresso nel mercato del lavoro dei fuoriusciti dal sistema scolastico statale, abdicando agli obiettivi “alti” della scuola a favore di un mero addestramento professionale. Pensare, oggi, secondo queste categorie non solo è errato, ma è anche rischioso.

 

È errato perché l’istruzione e formazione professionale, gli IFTS e gli ITS non replicano le logiche della scuola, né vogliono farlo: il loro valore non sta nel diminuire le ore in aula e aumentare quelle in laboratorio o in azienda, ma ripensare gli obiettivi e metodi della formazione per favorire un diverso tipo di apprendimento, basato sull’integrazione tra la teoria e la pratica e nato dal costante dialogo tra istituzioni formative e imprese. Un apprendimento non inferiore, ma diverso, capace di valorizzare gli studenti ad esso più inclini: spesso questi percorsi sono scelti da studenti di origine immigrata, disabili, o provenienti da contesti sociali fragili, che proprio grazie ad essi possono vedere aumentare le loro possibilità di un ingresso di qualità nel mondo del lavoro e, soprattutto, di un’educazione in senso pieno. La maggior flessibilità di cui godono, la capacità di dialogo con il sistema produttivo e la vocazione professionalizzante che caratterizzano questi percorsi ne fanno i soggetti ideali non tanto e non solo per contrastare la dispersione scolastica, quasi “rimediando” ai limiti del sistema scolastico, ma per strutturare un vero e proprio canale a questo alternativo, di pari dignità, diverso negli strumenti adottati ma non inferiore nella qualità della formazione a cui viene destinato lo studente.

 

Pensare alla IeFP, agli IFTS e agli ITS come percorsi “inferiori” è anche un rischio, così come rischioso è pensare che le loro esigenze siano le stesse del mondo della scuola statale: in entrambi i casi non si guarda alla realtà, ma ad un’idea che ci si è fatti – o si è ereditata – su di essi. Ed è un rischio perché proprio oggi, all’alba di un periodo di profonda crisi economica e sociale, questi percorsi possono ricoprire un ruolo cruciale per contrastare la disoccupazione ma soprattutto favorire lo sviluppo e, più in generale, permettere la costruzione partecipata di nuovi mestieri e nuove competenze, per il presente e per il futuro. E come già accaduto in passato: durante la crisi del 2008, i Paesi con i migliori e più efficaci sistemi di formazione professionale sono quelli che hanno visto una ripresa più rapida e una minore disoccupazione giovanile ([3]).

 

Dato il loro ancoraggio territoriale, questi percorsi sono capaci di intercettare i fabbisogni emergenti dalle concrete realtà lavorative, costruendo di rimando offerte formative in grado sia di riqualificare i lavoratori adulti e quindi favorirne l’occupabilità, ma anche di strutturare vere e proprie filiere formative professionali con l’obiettivo non solo di fornire alle aziende le professionalità che richiedono, ma di partecipare attivamente alla loro progettazione. Potenziare e ripensare questi sistemi formativi può quindi incoraggiare un “cambio di passo” su temi già riconosciuti come fondamentali per il contrasto ai peggior effetti della pandemia in atto, per innescare processi di riqualificazione dei lavoratori disoccupati e aumentare a produttività delle aziende.

 

Per farlo, è necessario non garantire “solo” la validità dell’anno scolastico e formativo in corso, e derogare al loro normale meccanismo di rendicontazione economica e di finanziamento, basato sulle ore effettivamente svolte, come pure disposto dall’art. 91 del Decreto-legge n. 34 del 19 maggio 2020 (c.d. Decreto Rilancio), ma sviluppare e promuovere governance locali e territoriali svincolandole dai limiti burocratici e gestionali che ancora oggi ne limitano le potenzialità. Non si tratta, allora, solo di applicare al sistema IeFP, IFTS e ITS le misure già adottate per il mondo scolastico, insufficienti in quanto, come già visto per la didattica a distanza, questi percorsi fanno dell’esperienza lavorativa uno degli elementi qualificanti, ma di cogliere l’opportunità di questa crisi per riconoscerne il pari valore e allo stesso tempo le particolarità, puntando sugli elementi che li caratterizzano e canalizzando risorse per potenziarne ulteriormente le capacità formative: investendo quindi in laboratori, strutture, e altri strumenti in grado di favorire il percorso formativo degli studenti, incentivando la collaborazione con il sistema produttivo, snellendo i meccanismi di finanziamento e garantendo loro una stabilità che li metta così in condizione di progettare percorsi cacaci di aumentare l’occupabilità dei giovani e, congiuntamente, la capacità innovativa e produttiva delle aziende, che si basa proprio sulla disponibilità di lavoratori dotati di competenze abilitanti questi processi.

 

Matteo Colombo

ADAPT Junior Fellow

@colombo_mat

 

([1]) Ne è un esempio la stessa Commissione Europea, che ha deciso di dedicare la European Vocational Skills Week 2020 al tema Covid-19: how can VET respond?

([2]) La fonte dei dati riguardanti IeFP e IFTS è l’INAPP (INAPP, Rapporto annuale sul sistema IeFP. A.f. 2016/17, 2019), gli ITS l’INDIRE (INDIRE, Istituti Tecnici Superiori. Monitoraggio nazionale 2020, 2020).

([3]) I. Schoon, A. Mann, School-to-work transitions during coronavirus: Lessons from the 2008 Global Financial Crisis, OECD Education and Skills today, May 2020

 




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