23 febbraio 2015

È il Jobs Act il motore per l’Italia, secondo l’OCSE  

Mariasole Barbato


 Anche secondo l’OCSE sarà il Jobs Act di Matteo Renzi a cambiare le sorti dell’occupazione del nostro Paese. È quanto emerge dalla Presentazione dello Studio Economico sull’Italia, pubblicato il 19 febbraio: tutte le riforme fatte da questo governo assicurerebbero nuove prospettive per rilanciare la crescita e l’occupazione. Il Jobs Act in particolare però, è definito come “il motore” per far ripartire il Paese e per promuovere l’inclusione sociale.

 

Si tratta di previsioni elaborate comunque prima della presentazione dei nuovi schemi di decreto. Diventato legge a dicembre, il Jobs Act è pienamente entrato nella fase di attuazione dei decreti. Lo scorso venerdì il Consiglio dei Ministri ha approvato quelli sul contratto a tutele crescenti e sui nuovi ammortizzatori sociali e presentato anche i successivi che riguardano i congedi parentali e di maternità e la razionalizzazione delle tipologie contrattuali.

 

Secondo quanto si legge nello studio economico, il progetto di riforme del Governo Renzi permetterebbe all’Italia di uscire dal periodo di stagnazione. La sfida è evidente: tra il 2000 e il 2007, la crescita del PIL pro capite non superava lo 0,7%, a fronte di una media OCSE dell’1,7%. A causa della difficile congiuntura economica, la crescita si è contratta dal 2011, e nel quarto trimestre del 2014 è stata piatta.

 

In primis, le stime dell’OCSE indicano che se le riforme saranno attuate completamente, si dovrebbe registrare un aumento del 3,5 % del PIL nell’arco di 5 anni e del 6% nell’arco di 10 anni, con la creazione di 340.000 posti di lavoro in più.

 

C’è però da chiedersi se le riforme così attuate, porteranno effettivamente un aumento simile e una stabilizzazione dei posti di lavoro, soprattutto a seguito della stretta sulle collaborazioni coordinate e continuative a progetto, co.co.pro. (505.000 contratti circa).

 

Dubbi si possono sollevare inoltre sulla scelta di abolire l’associazione in partecipazione e il job sharing. Si tratta in tutto di 42.000 contratti circa su 22 milioni di occupati e non si comprende quindi l’utilità di un intervento su tali tipologie, potenzialmente moderne forme di ripartizione di rischi e mansioni.

 

Il tentativo di semplificazione delle tipologie contrattuali, incanalando quasi tutta l’attenzione verso il contratto a tutele crescenti, è apprezzato dall’OCSE, che ne tesse le lodi come strumento che dà una maggiore flessibilità, pur consentendo all’Italia di mantenere un sistema forte di tutela. Considerando però, che gli sgravi fiscali concessi con la Legge di Stabilità a chi assume valgono solo per gli assunti entro il 2015, si sarà ugualmente incentivati ad assumere in futuro? Se la risposta a questa domanda fosse “no” e il nuovo contratto a tutele crescenti non decollasse, l’eventuale eliminazione delle forme flessibili dei contratti di lavoro, produrrebbe immediatamente pesanti conseguenze occupazionali in diversi settori industriali.

 

Rispetto a quello che è già fatto le stime lasciano presagire una situazione più rosea di quella attuale, ma a preoccupare è quello che ancora manca. Difatti, sul piano concreto importanti risultati sono ancora da raggiungere: per quanto riguarda il testo del Jobs Act delega il governo a decretare l’istituzione di una Agenzia per l’Occupazione ente che dovrebbe occuparsi delle politiche attive e delle politiche passive nel nostro paese.

 

E se il nodo cruciale per portare a una crescita è il tasso di occupazione, la definizione di un sistema efficiente di iniziative volto a promuovere l’occupazione e l’inserimento lavorativo non può essere impregnato di dubbi metodici e attuativi: un paese con un tasso pari al 55% circa, non può pretendere di avere una crescita spedita quanto quella dei paesi che ne registrano il 65% – media OCSE. In Italia, un gran numero di persone è fuori dal mercato del lavoro, e circa un giovane su quattro (circa 2 milioni in termini assoluti) non risulta impiegato in un’attività lavorativa, né inserito in un percorso di studio o di formazione (l’Italia registra il secondo tasso “NEET” più alto dell’OCSE). E se per promuovere ancora la crescita bisogna puntare al rilancio dell’occupazione giovanile, bisogna ricordare che è il malfunzionamento dei servizi al lavoro ad essere stato determinante per l’attuale insuccesso della Garanzia Giovani, programma per il quale le  risorse ci sono.  Anche la partecipazione delle donne alla forza lavoro, è tra le più basse dell’OCSE, attestata al 55%: 7 punti sotto la media.

 

Secondo lo studio OCSE i cambiamenti apportati consentirebbero inoltre di indirizzare maggiori risorse verso l’istruzione, una rete di protezione sociale più equa, un migliore supporto per i lavoratori in mobilità, ma stando a quanto ha dichiarato la Commissione Bilancio della Camera non vi sono nemmeno le risorse sufficienti per attuare l’estensione delle coperture prevista dal nuovo decreto Naspi. In sostanza, mettere in moto quel sistema di politiche passive per contrastare disoccupazione e disagi ad essa connessi con misure di supporto  al reddito, non sarà cosi semplice.

 

Questi dati dimostrano certamente quanto sia importante che il mercato del lavoro sia al centro delle riforme e ricordano la necessità di una riorganizzazione del sistema dei servizi al lavoro.

 

Mariasole Barbato

ADAPT Junior Fellow

@msole_barbato

 

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