11 maggio 2015

Disoccupazione giovanile e invecchiamento attivo: una questione di equità generazionale

Federica Romano


Nella maggior parte dei Paesi industrializzati, si sta riscontrando la presenza di due differenti trends: da un lato, tassi sempre più elevati di disoccupazione giovanile, accompagnati da un ingresso tardivo nel mercato del lavoro; dall’altro, un numero crescente di pensionati in una società che invecchia rapidamente.

 

È questo il tema affrontato dal report An unbalanced age: Effects of youth unemployment on an aging society recentemente pubblicato da Deloitte University Press. Lo studio rileva come il connubio tra disoccupazione giovanile e invecchiamento della popolazione attiva, caratteristica di quasi tutte le economie avanzate, ponga una duplice sfida per i governi nazionali: capire come rendere sostenibili i sistemi di welfare a fronte di un numero sempre crescente sia di giovani disoccupati sia di pensionati.

 

Lo studio parte dal contesto americano, dove la recessione ha determinato un calo del tasso di partecipazione dei giovani al mercato del lavoro. Poco prima della recessione, il tasso di partecipazione alla forza lavoro delle persone di età compresa tra i 16 e i 19 anni era del 44 per cento, mentre durante la ripresa post-recessione si è stabilizzato al 34 per cento, con un calo di 10 punti percentuali rispetto al livello precedente. Tra le persone di età compresa tra i 20 e i 24 anni, il calo non è stato così drammatico: il tasso di partecipazione alla forza lavoro di questo gruppo è sceso dal 74,5 per cento, in periodo di pre-recessione, al 71 per cento post-recessione.

 

Scarse prospettive lavorative hanno, però, anche spinto i giovani a scegliere di continuare il proprio percorso scolastico. La percentuale di studenti delle scuole superiori che hanno conseguito il diploma ha raggiunto un massimo storico dell’81 per cento durante l’anno scolastico 2012-2013, rispetto al 79 per cento dell’anno scolastico 2010-2011. Anche le iscrizioni all’università sono aumentate: tra il 2007 e il 2012, la percentuale di ragazzi tra i 18 e i 24 anni di età iscritti in un istituto di istruzione post-secondaria è aumentata dal 38,8 per cento al 41,0 per cento. Il report Deloitte afferma che, tale maggior investimento nell’istruzione e nella formazione porterà presumibilmente un beneficio sia ai giovani, sotto forma di guadagni futuri più alti sia all’economia americana, sotto forma di una maggiore produttività, ma solo a patto che vi siano posti di lavoro disponibili corrispondenti alle competenze acquisite. Diventerà centrale, dunque, per il governo, pensare a come garantire un reale match tra i profili professionali formati e quelli richiesti dal mercato del lavoro.

 

In relazione, invece, ai cambiamenti demografici in corso e al crescente invecchiamento della popolazione, il report prevede che in soli cinque anni, tra il 2015 e il 2020, il numero di persone con un’età superiore ai 65 anni aumenterà del 17 per cento, da 48 a 56 milioni. In termini percentuali, gli over 65 che rappresentano al momento il 14,8 per cento della popolazione americana, aumenteranno fino a rappresentare, entro il 2055, il 21,3 per cento. Attualmente il 90 per cento di questa fascia della popolazione riceve sussidi dalla previdenza sociale e dal Medicare (programma di assicurazione medica amministrato dal governo). Queste due forme di sussidio arriveranno a consumare il 12,2 per cento del PIL, rispetto all’attuale 7,9 per cento. Sia la previdenza sociale che il programma Medicare sono finanziati attraverso le imposte sui salari, depositate in fondi fiduciari separati. A causa della crescita più rapida del numero di pensionati rispetto al numero di lavoratori, il report prevede che i fondi fiduciari si esauriranno in 15 anni, provocando la necessità di imposte sui salari più alte, le quali andranno a sfavorire le future assunzioni e, di conseguenza colpire in particolar modo i lavoratori più giovani e coloro con prospettive di carriera più instabili.

 

Gli Stati Uniti non sono l’unico Paese a dover affrontare la confluenza di questi due trends. Il fenomeno interessa anche il Canada e la maggior parte dei Paesi dell’Unione Europea. E per quanto possa essere problematica la situazione negli Stati Uniti, la sfida potrebbe essere ancora più immediata e grave in altri Paesi, tra cui Francia, Italia e Regno Unito, dove i tassi di disoccupazione giovanile sono tra il 2,7 e il 6,0 per cento più alti rispetto al periodo di pre-recessione (con l’eccezione dell’Italia che ha fatto registrare un differenziale di 19 punti percentuali). Tale dato si combina con quello dell’aumento sostanziale del numero di pensionati (soprattutto in Canada, Francia e Italia) per cui tali economie si troveranno ad affrontare, nei prossimi anni, il costo crescente delle pensioni (pubbliche e private).

 

Il report si chiude con una domanda che lascia aperti spiragli di riflessione futuri in tema di equità generazionale: dalle indagini condotte dal Bureau of Labor Statistics statunitense, è stato dimostrato che periodi di disoccupazione nei primi anni di carriera possono avere un impatto negativo sulle prospettive di guadagno lungo tutto l’arco della vita lavorativa; in base a tale considerazione, quanto è giusto chiedere alle fasce di popolazione più giovani di aiutare a sostenere economicamente quelle più anziane? Ed aggiunge che è giunto il momento di adottare strategie efficaci per far fronte a questa nuova emergenza globale, prima che i giovani di oggi si aggiungano alla crescente popolazione di pensionati di domani.

 

In una tale situazione non è quindi possibile prendere in considerazione uno dei due fenomeni prescindendo dall’altro ma sarebbe opportuno intervenire parallelamente sui due fronti: da un lato implementare le occasioni di occupabilità dei più giovani, valorizzandone le competenze; dall’altro evitare (ove possibile) un’uscita precoce dal mercato del lavoro dei lavoratori più anziani, rendendo il lavoro sostenibile e, dunque, compatibile con le specifiche esigenze che possono sorgere con l’avanzare dell’età, anche attraverso forme flessibili e graduali di pensionamento (per un approfondimento sul lavoro sostenibile si rinvia a F. Romano, Sustainable work: appunti di ricerca per un’analisi giuridica, Working Paper ADAPT, n.174/2015).

 

Federica Romano

Scuola  di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT, Università degli Studi di Bergamo

@89fede_romano

 

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