11 settembre 2017

Damien Hirst e Christo: due modi in cui l’arte contemporanea muove la società e l’economia

Francesco Fornasieri


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
Per iscriverti al Bollettino ADAPT clicca qui
Per entrare nella Scuola di ADAPT e nel progetto Fabbrica dei talenti scrivi a: selezione@adapt.it

L’arte può essere un modo di vivere il lavoro? Per attuare -non solo rappresentare- un modo di lavorare nuovo? Può ancora “dare lavoro” alla società? Durante il Medioevo la costruzione delle grandi cattedrali significò l’apertura di posti di lavoro, ricchezza, prestigio, commercio di materiali, scambio di competenze e di cultura, ingrandimento degli spazi urbani: quella che chiameremo crescita in termini odierni. Si suol dire che «Milano ha costruito il Duomo e il Duomo ha costruito Milano», ma oggi? Uno degli aspetti drammatici dell’arte contemporanea è la sua distanza dalla vita quotidiana e dalla “gente”, dai lavoratori in particolare. In due occasioni recentemente si sono potute osservare delle significative eccezioni: una è la colossale mostra di Damien Hirst a Venezia, dal titolo Tresures From The Wreck Of The Unbelivable. Si tratta di una mostra che ha -appunto- dell’incredibile: Hirst favoleggia di un certo Cif Amotan II (anagramma di “I Am a Fiction”), un liberto del II secolo d.C. che avrebbe raccolto una immensa quantità di opere artistiche di rara fattura poi affondate nell’Oceano Indiano fino al loro ritrovamento nei nostri giorni. Appaiono così micro e macro sculture incrostate di coralli, conchiglie e corrose dal mare, mentre le stesse vengono replicate in versione “restaurata” come dovevano apparire originalmente.  Archeologi, storici, ingegneri, geofisici, restauratori, fotografi, videomakers, marinai e sommozzatori, e più di 100 tra scultori, artigiani, pittori e orafi della Science Ldt. (la “factory” di Hirst) sono stati coinvolti nell’operazione. Pur essendo tutta l’operazione palesemente una fake news, la mostra non smette di affascinare anche lo spettatore scettico, che si sente suo malgrado attratto nel vedere un falso così a regola d’arte. Hirst non è un banale falsario, per questo scopre in parte le proprie carte quando inserisce, oltre ad Andromeda, Buddha e i busti dei Faraoni, anche torsi di Barbie e statue dei Transformers, anch’essi con la loro buona dose di incrostazioni e coralli. E in questo modo protegge la sua operazione facendola diventare un sottile (rag)giro di pensiero: abbiamo bisogno di storie, il passato ci affascina perché ci fa uscire dal dramma del presente e ci trasporta nel mondo del mito dove «tutto è sempre accaduto ma nulla accade poi davvero»1, si potrebbe dire parafrasando Sallustio. Sarà vero o sarà finto il ritrovamento? Per quanto tempo sono state in fondo al mare queste opere? Rimane il fatto che è che la mostra continua ad essere visitata e non ci si stanca di parlarne, mentre le opere, che sono costate 64 milioni di dollari e 10 anni di lavoro, vengono quotate tra i 300.000 e i 5 milioni di dollari. Ci si può chiedere se in questo

 


The Severed Head of Medusa. Credit Damien Hirst and Science Ltd.

All rights reserved, Artists Rights Society
(ARS), New York, 2017; Photograph by Prudence Cuming Associates

 

hollywoodiano dispiegamento di mezzi e denaro, il pensiero che è stato stimolato è altrettanto interessante oppure -come capita spesso nell’arte contemporanea- sterile? Sarà la durata nel tempo dell’interesse suscitato e degli acquirenti che le opere troveranno a darcene una valutazione. Anche uno “squalo” come Hirst, dopo la crisi del 2008, ha visto le sue opere precipitare del 70% e in alcuni casi del 90% della loro quotazione sul mercato.  Nelle occasioni in cui espone rimane spesso, dopo un grande momento mediatico, un alto tasso d’invenduto che va dal 29% al 42%. Per questo la mossa di Hirst appare una enorme operazione commerciale, dove egli arriva a produrre in serie le sue stesse opere: di ogni pezzo in mostra sono disponibili infatti cinque versioni, una incrostata dal mare, una “restaurata”, una copia come era uso farne nel Neoclassicismo per i marmi antichi tramite il calco in gesso, e in più due copie che vengono trattenute presso l’artista. La copia è uno dei modi in cui ci si assicura il lavoro, e la produzione in serie limitata garantisce sia il valore del pezzo unico “originale” sia la vendibilità reiterata. Come riporta un articolo del New York Times, il suo dealer Mr. Nahmad ha affermato che «[…] il suo [di Hirst] mercato potrebbe essere aiutato da un ampio catalogo ragionato, così che il pubblico possa trovare ordine nella sua produzione […]». Ma forse sta anche in questa vaghezza, in questa impossibilità di determinazione della vera provenienza dei manufatti, in questa dichiarata ambiguità commerciale la chiave della ripartenza di un artista che si è fatto imprenditore di sé stesso riuscendo nello stesso tempo a toccare le corde giuste della società e, perché no? delle aspirazioni umane: chi non vorrebbe vedere dal vero lo scudo di Achille, il teschio del Ciclope, o la testa pietrificata della Medusa? Hirst ha fabbricato il tesoro che tutti avrebbero voluto scoprire, dato lavoro ad artigiani altamente qualificati, scosso il mondo del collezionismo e del turismo, ed ha soprattutto rimesso in gioco il problema di come ereditare il nostro passato.

 

In un altro caso abbiamo assistito alla capacità dell’arte di muovere l’interesse e l’economia di un territorio. Per 16 giorni nel giugno del 2016 si è potuto godere gratuitamente di un’esperienza unica: un ponte adagiato sull’acqua del lago d’Iseo lungo tre chilometri che univa la terraferma a due isole, ricoperto di un tessuto di un brillante giallo-arancio.

 

Christo & Jeanne Claude, Floating Piers, Lago d’Iseo, 2016

 

Vi si vedevano transitare giovani, coppie, famiglie con bambini, anziani, in una processione quieta e gaudente del sole e del paesaggio, nonché del dolce rollio del ponte che pareva una schiena di balena a pelo d’acqua. Non si trattava di una trovata turistica, bensì di un’opera d’arte che prosegue la poetica di dell’artista bulgaro-americano Christo Vladimir Yavachev, dal titolo The Floating Piers: i “ponti galleggianti”. Christo è uno dei più famosi artisti viventi e lo si studia nei manuali del liceo nell’ambito della Land Art ed ora ha 81 anni e quando gli si chiede il perché di quest’opera risponde in modo disarmante: «A tema nelle nostre opere c’è sempre la bellezza. La bellezza ha bisogno di situazioni uniche, in un certo senso inimmaginabili. È questo che noi cerchiamo nella vita». Germano Celant, dopo che per 40 anni l’artista aveva cercato il luogo e la persona che gli prestassero credito, lo ha infine messo in contatto con sindaci e autorità del Lago d’Iseo. Il progetto porta con sé numeri impressionanti: le passerelle sono larghe 16 metri e sono state assemblate da 200.000 cubi in polietilene ad alta densità, interamente riciclabili. Le risorse umane coinvolte ammontano a 500 persone, di cui 170 sono solo i bagnini.

 

L’arte di Christo attiva le tecnologie e le imprese migliori del territorio nazionale e internazionale: «i cubi sono realizzati a Manerbio e sul Lago Maggiore» spiega l’artista: «il tessuto in Germania, le corde a Sale Marasino, gli ancoraggi a Erbusco». Il modello economico dell’artista è stato studiato dalla Harvard Business School, proprio per la sua eccezionalità: non accettando infatti sponsor o finanziamenti pubblici egli infatti si garantisce libertà creativa facendosi personalmente carico dei costi (circa 10 milioni di euro in questo caso), e ottenendo i ricavi attraverso una società che vende i disegni e bozzetti preparatori dei progetti. Dell’opera in sé in futuro non rimarrà nulla, tranne che il lavoro manuale e di pensiero contenuto in quegli studi preparatori che spesso sono veri quadri, opere che riescono a mantenere il realismo visivo del progetto e a dare il sapore della pittura. Più che un’opera quindi, si tratta di un processo, un processo che connette gruppi di lavoro, aziende, competenze, e che esce finalmente con successo dal paradigma romantico e ormai usurato dell’artista isolato che crea individualisticamente. Come se fosse stato il direttore del cantiere di una cattedrale medioevale, Christo ha mostrato un modo per vivere l’attività artistica di nuovo connesso con la vita quotidiana della gente, creando opportunità di lavoro, turismo, produttività nel territorio, e facendo leva sulla dimensione che rende umano il mondo: la bellezza.

 

Francesco Fornasieri

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@f_fornasieri

 

1 Gaio Sallustio Crispo, Sugli Dei e il mondo, cap. IV, a cura di R. Di Giuseppe, Adelphi, 2000, p. 127

 

Scarica il PDF 




PinIt