25 febbraio 2019

Cultura umanistica e Social Emotional Learning

Francesco Fornasieri, Letizia Ferri


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Bollettino ADAPT 25 febbraio 2019, n. 8

 

Si parla oggi spesso di Social Emotional Learning, (SEL), proponendo nuove formazioni per i docenti che possano renderli competenti su questi aspetti dell’esperienza che vanno  dalla consapevolezza di sé all’autocontrollo, dalla coscienza sociale alle capacità relazionali, fino alla capacità di assumersi responsabilità (fonte CASEL).

 

Come ha spesso detto bene Umberto Galimberti, l’analfabetismo emotivo è un grave sintomo della malattia del nostro tempo, che sta impedendo il formarsi di “mappe emotive” nelle menti – dei giovani in particolare- azzerando così le capacità di percepire il senso dei gesti e il loro valore, in un appiattimento generale. La persona infatti secondo Galimberti vede accadere in sé innanzitutto impulsi, allo stadio successivo emozioni (risonanze rispetto alle azioni e alla realtà) e successivamente i sentimenti, che sono la forma più evoluta in quanto comprendono anche la sfera cognitiva. «Il sentimento si apprende»: conosce e fa conoscere. Ma se il sentimento si apprende, il luogo emblematico dell’apprendimento che è la scuola dovrebbe occuparsene, e in effetti l’ha sempre fatto, mancando però oggi di intenzionalità e metacognizione adeguate. L’ha sempre fatto attraverso il tesoro della cultura, della letteratura e dell’arte in particolare, che contiene voce, parole che danno nome ed espressione all’esperienza umana e quindi permettono il processo di autoconsapevolezza senza della quale i gesti (anche i gesti “tecnici”) perdono significato e quindi deprivano la persona (il lavoratore futuro) della necessaria comprensione del significato della propria esperienza. Questo ha delle conseguenze tragiche, come nell’esempio riportato sempre da Galimberti per cui gli assassini Erika e Omar sembrarono non avvertire nessuna risonanza emotiva né quindi percepire la portata e le conseguenze del delitto commesso. L’esempio mostra anche come una mancata “lettura” degli impulsi li trasforma immediatamente in “gesti” agiti e quindi violenti.

 

L’approccio del Social Emotional Learning si propone esattamente lo scopo di sviluppare quelle competenze che permettono lo sviluppo delle dimensioni di autoconsapevolezza emotiva e sociale. Esso non si riduce ad un semplice programma o gruppo di lezioni: concerne piuttosto il come l’insegnamento e l’apprendimento avvengono, così come i contenuti di quello che si insegna e dove si impara. La struttura ampiamente utilizzata del SEL (vedi immagine) identifica cinque competenze chiave, classificate in base contesti (distretti, scuole, aule scolastiche, famiglie e una più ampia comunità) che possono «educare i cuori, ispirare le menti e aiutare gli studenti a navigare nel mondo in modo più efficace».

 

Un insegnamento che includa in modo intenzionale il Social Emotional Learning arriva a risultati di apprendimento della didattica superiori ai soliti. Come mai? Il sentimento è il canale che apre la conoscenza, diversamente da come siamo stati portati a pensare, come se esso fosse d’ostacolo alla “oggettività” degli apprendimenti: l’evidenza sperimentale è che si impara ciò di cui ci si innamora. Secondo una meta-analisi del 2011 di 213 casi studio che hanno coinvolto più di 270.000 studenti, è risultato come la partecipazione a programmi SEL ha inciso per un guadagno di 11 punti percentuali sul rendimento scolastico degli alunni, rispetto agli studenti che non hanno partecipato ai programmi SEL. Rispetto a questi ultimi, gli studenti che hanno partecipato ai programmi SEL hanno anche mostrato un miglioramento nel comportamento scolastico, una maggiore capacità di gestire lo stress e la depressione e un migliore atteggiamento nei confronti di se stessi, degli altri e della scuola.

 

Potremmo dire che questo rimane una valutazione interna al mondo della scuola, che non impatta sulla persona a lungo termine per quanto riguarda le competenze o che viene messa in discussione nel drastico cambiamento di situazioni nel passaggio al mondo del lavoro. Secondo un sondaggio del 2013 che ha coinvolto 704 datori di lavoro – condotto da The Chronicle of Higher Education e da American Public Media’s Marketplace – la metà degli intervistati ha dichiarato di aver avuto difficoltà a trovare neolaureati per coprire i posti vacanti nelle loro aziende. Anche se i candidati avevano le capacità tecniche, mancavano la comunicazione, l’adattabilità, il processo decisionale e le capacità di risoluzione dei problemi necessarie per svolgere il lavoro. Ciò che manca spesso non sono quindi le competenze tecniche ma proprio quella autoconsapevolezza e gestione di sé che è argomento specifico del SEL. Oggi i datori di lavoro in ogni settore industriale sottolineano il bisogno di dipendenti con determinate capacità fondamentali: queste includono una consistente preparazione accademica (lettura, scrittura e matematica) ma ugualmente importanti per il loro successo ora e in futuro è la loro padronanza di abilità concernenti l’occupabilità come il lavoro di squadra, la risoluzione dei problemi, l’etica del lavoro, integrità morale che vengono insegnate nell’ambito dell’apprendimento sociale ed emotivo. Tutte queste abilità possono essere insegnate, e la ricerca dimostra che gli studenti e gli adulti con queste abilità fanno meglio a scuola, nel luogo di lavoro e nella vita. (cfr. CASEL and Committee for Children Host Congressional Briefing on SEL and Employability Skills).

 

Il valore di una metacognizione in questi argomenti è straordinariamente importante per la vita della persona, ed è –come detto sopra-  qualcosa di antico che oggi riaffiora: la cultura umanistica. Non intendiamo con questo qui l’erudizione accademica fine a se stessa: nelle culture antiche e fino circa al nostro Umanesimo era la presenza di “storie”, di narrative raccolte nella mitologia e della religione che anche in una situazione di analfabetizzazione formale offriva la componente più importante a riguardo dei valori e dei significati dell’esperienza. Scrive Kerényi:«Prima di agire, l’uomo antico avrebbe fatto sempre un passo indietro, alla maniera del torero che si prepara al colpo mortale. Egli avrebbe cercato nel passato un modello in cui immergersi come in una campana di palombaro, per affrontare così, protetto e in pari tempo trasfigurato, il problema del presente […] La mitologia del suo popolo non soltanto era per lui convincente, cioè aveva senso, ma era anche chiarificatrice, vale a dire dava senso.» (K. Kerényi, Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri, Torino 1972, p. 18).

 

Il significato e il valore delle proprie azioni l’uomo l’ha sempre ricavato dalla narrativa mitico-religiosa. Nel mondo contemporaneo invece, come afferma Jordan Peterson in Maps of Meaning: The Architecture of Belief, Routledge 1999, la nostra ingenua e assoluta fiducia nella scienza ancora positivisticamente intesa ha cancellato il mondo del valore. Per lo psicologo americano tale bisogno di valore e di significato informa la struttura della mente (sia a un punto di vista degli archetipi junghiani che dal punto di vista delle neurobiologie più avanzate): per il pensiero mitico e religioso il mondo non è fatto innanzitutto di oggetti, ma è uno stage, il palcoscenico di un dramma in cui ciò che contano sono gli atti e il loro significato valoriale. Si può aggiungere un’aggravante: pretendendo di cancellare l’immateriale mondo del valore perderanno di consistenza anche tutte quelle strutture sociali nate da accordi e credenze comuni sulle quali abbiamo fondato il nostro mondo (politica, economia, società). Y. N. Harari, (in Sapiens. A brief history of humankind, HarperCollins, 2015), porta in proposito un esempio interessante: “In che senso – si chiede provocatoriamente – possiamo dire che la Peugeot SA (il nome ufficiale della compagnia) esiste?”. Ci sono molti veicoli (oggetti) Peugeot, ma questi non sono ovviamente la compagnia. Ma anche se ogni Peugeot nel mondo fosse distrutta, o i suoi dipendenti fossero licenziati tutti in tronco, e le sue azioni vendute, Peugeot SA non scomparirebbe. L’entità “azienda” non è materiale, così come non lo sono la fedeltà alla persona amata, le relazioni sociali, la considerazione dei pari, il valore di un brevetto, l’esistenza di uno Stato nazionale, la squadra di calcio, il nome della propria famiglia, l’amicizia…eppure sono le cose per le quali si arriverebbe ad atti estremi.

 

La consapevolezza è il principale aspetto della persona: se gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche, occorre che noi insieme ai giovani “impariamo noi stessi” nella grande tradizione letteraria, in essa si apprende che cosa sia il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, la tentazione, la passione, la ricerca della conoscenza, il senso di colpa e di giustizia, la sete di bellezza e felicità. Conoscere sé stessi, acquisire un growth mindset, gestire lo stress, ritrovare motivazione, comprendere ed entrare in empatia con gli altri, comunicare e saper ascoltare, ricomporre conflitti, capire il diverso e offrire aiuto, prendersi responsabilità sono esperienze fatte di elementi cognitivi, emozionali e impulsivi, occorre però averne una rappresentazione espressivamente adeguata alla propria dimensione di esseri consapevoli, in modo che possa avvenire il processo di formazione del senso dell’esperienza. A questo possono rispondere la letteratura, l’arte, la musica, il teatro, come peraltro già Aristotele aveva argomentato con il famoso concetto di catarsi (Aristotele, Poetica, 6, 1449b 24-28, trad. di M.Valgimigli). Ciò che la scuola può aggiungere, ed è eminentemente il suo compito, è il cammino di autoconsapevolezza che può avvenire attraverso i testi, per permetterne la comprensione attraverso l’immedesimazione (più che la “spiegazione”) e contemporaneamente permettere il formarsi delle mappe del mondo emotivo e valoriale della persona. Se la mappa non è il territorio… senza mappe come orientarsi?

 

In chiusura pubblichiamo una descrizione di attività in atto presso IeFP Oliver Twist di Cometa Formazione, Como, quali ulteriori esemplificazioni pratiche di lezioni intenzionalmente pensate in chiave SEL:

 

-Narrativa: Quando si legge in classe i ragazzi devono associare il momento della lettura ad un piacere per cui in quell’ora è consentito loro assumere le posizioni che vogliono, portare cuscini e magari uscire in giardino nella bella stagione. Questo, una volta data la motivazione e chiesta la serietà, ha sempre reso l’ora di lettura una delle più attese della settimana, svuluppandosi poi nella forma del Caffè letterario: dal terzo anno, affinate le capacità critiche, alla fine di una lettura personale del romanzo, davanti ad un tè ci si confronta a partire da domande sui risvolti dell’opera, portando la proprie riflessioni.

 

Produzione scritta

 

Descrizione: si inizia a descrivere andando sul luogo in oggetto o degustando cibi e si compongono schede lessicali inerenti a tutti i cinque sensi.

Testo narrativo: scrivere un romanzo a “molte mani” tutti insieme, usando la piattaforma Google Drive o Moodle, calato nel periodo storico in quel momento studiato e con la creazione di un proprio personaggio che deve vivere avventure e interagire con l’altro. Oltre ad imparare a collaborare con l’altro la scrittura diventa occasione per parlare di sé.

 

– Letteratura

 

Mitologia: si leggono i miti a partire dall’interrogativo “a quali domande rispondono degli uomini?” e si chiede di inventarne a partire da domande che loro stessi hanno sulla realtà, sentimenti, esperienze che provano.

Epica: si racconta l’Odissea, ognuno è “aedo” di un episodio per gli altri compagni e si segue il viaggio attraverso una mappa in cui ognuno lascia un simbolo e un impronta di sé nell’episodio raccontato. Si parte dal testo per parlare dei desideri degli uomini, di vita, di morte, di destino, di curiosità, di casa, di accoglienza e paura del diverso, di fedeltà, di amore e di onore.

Poesia: si lavora sul concetto di poesia come espressioni di un “io” e di domande, iniziando da un parallelismo con il mondo della musica, al mondo giovanile più affine, “chi ti dà le parole per dire chi sei meglio di quanto faresti tu?” fino a farli ad arrivare a rispondere a queste domande attraverso la poesia.

Promessi Sposi: si chiede ai ragazzi di prendersi un personaggio, che rimarrà il loro durante tutta la storia, ne leggeranno le parti, realizzeranno dei video per presentarlo, rifletteranno sulle possibili attualizzazioni di situazioni da lui vissute, si paragoneranno a lui, usando via via tecniche “cinematografiche” più complesse.

Teatro: recitazione in aula di almeno due testi, con copione, esercizi di dizione, immedesimazione.

Divina Commedia: creazione di una pagina Instagram che documenti attraverso le foto e opportune didascalie il viaggio di Dante.

Decameron: rivisitazione storica a tema e in costume in cui ciascuno narra le novelle, immaginandosi di essere uno dei protagonisti, parlando, mangiando, vestendosi come lui.

 

Francesco Fornasieri

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@f_fornasieri

 

Letizia Ferri

Università degli Studi di Bergamo

 




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