Cosa significa imparare e i mali dell’università italiana

Alfonso Fuggetta (techeconomy.it, 17 ottobre 2016)


Qualche giorno fa ho letto un interessante saggio sui temi dell’insegnamento e dell’apprendimento, The examined life. L’autore (docente in un college inglese) discute limiti e errori presenti sia nella scuola che nell’università.

Tra le varie osservazioni, cita e commenta un passaggio di Martha Nussbaum:

‘Teaching to the test’, which increasingly dominates public school classrooms, produces an atmosphere of student passivity and teacher routinisation. The creativity and individuality that mark out the best humanistic teaching and learning has a hard time finding room to unfold.

L’autore cita anche un passaggio di Karl Popper che val la pena ricordare:

If I thought of a future, I dreamt of one day founding a school in which young people could learn without boredom, and would be stimulated to pose problems and discuss them; a school in which no unwanted answers to unasked questions would have to be listened to; in which one did not study for the sake of passing examinations.

Osserva l’autore:

There are some who question whether any such thing as ‘teaching someone to think’ is possible, but it happens naturally enough under the right conditions. How do you learn anything at all? Aristotle said we learn by doing. It isn’t a matter of passively absorbing information: learning happens when we try to do something. We learn to swim by trying to swim; we learn to play the flute by trying to play it. What Aristotle didn’t mention is the need for supervision: we need someone watching us to tell us when we are getting it wrong, and how to improve. Learning is supervised trying.

L’articolo è ricco di riflessioni e considerazioni che dovrebbero essere approfondite da insegnanti, politici, studenti e genitori, troppo spesso impegnati a difendere i propri figli invece di preoccuparsi delle loro formazione ed educazione.

Ne ho discusso con alcuni colleghi in università e uno di essi, l’amico Claudio Citrini, mi ha mandato una mail che vale la pena leggere perché smonta tanti luoghi comuni e fanfaluche che si leggono sull’università (italiana) e sul valore e sulla natura dell’apprendimento.

Scrive Claudio:

Da tempo in coda ai miei programmi d’esame compare questa (ahimé sempre più vana) frase che descrive i “risultati di apprendimento previsti”:

“Il docente si attende una comprensione non limitata alla enunciazione di definizioni e di risultati e alla risoluzione di esercizi standard, ma critica e in grado di distinguere le diverse situazioni e di compiere scelte consapevoli, giustificando i procedimenti seguiti. Si attende inoltre una adeguata correttezza nei calcoli e una esposizione ben argomentata della teoria.”…

 

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