1 ottobre 2018

Competenze imprenditoriali nella scuola professionale: cosa ci giochiamo?

Francesco Fornasieri


ADAPT - Scuola di alta formazione sulle relazioni industriali e di lavoro
Per iscriverti al Bollettino ADAPT clicca qui
Per entrare nella Scuola di ADAPT e nel progetto Fabbrica dei talenti scrivi a: selezione@adapt.it

È in corso una revisione degli standard di apprendimento di base del profilo di uscita dei percorsi di IeFP. La cosa che positivamente più salta all’occhio leggendo le bozze di questi documenti è il fatto che le competenze siano state ampliate, aggiungendo l’area della digitalizzazione e quella delle competenze personali, sociali, di apprendimento e imprenditoriali.

 

Con queste ultime il documento intende: la «capacità di lavorare con gli altri in maniera costruttiva, di imparare a imparare e gestire il proprio apprendimento e sviluppo professionale, mantenere il proprio benessere fisico ed emotivo, agire in modo innovativo e imprenditoriale. In esse sono strutturalmente implicate un insieme di dimensioni, che comprendono – oltre ad abilità e conoscenze – anche schemi comportamentali, più direttamente connessi alle dimensioni proprie dell’essere e della persona». Sulla definizione di “schemi comportamentali” ci sarebbe da discutere: è interessante il fatto che iniziativa e creatività, così apparentemente aleatorie in sé stesse, possano diventare un atteggiamento stabile, quello che i latini chiamavano un habitus. Dall’altra parte forse non si tratta solo di «comportamento» ma innanzitutto di una concezione e percezione di sé (ad esempio un basso livello di autostima può compromettere il comportamento in situazione).

 

 Venendo al punto dell’imprenditorialità, le affermazioni si fanno molto interessanti: «L’atteggiamento imprenditoriale è caratterizzato da spirito d’iniziativa e autoconsapevolezza, proattività, lungimiranza, coraggio e perseveranza nel raggiungimento degli obiettivi; comprende il desiderio di motivare gli altri e la capacità di valorizzare le loro idee, di provare empatia e di prendersi cura delle persone e del mondo, e di saper accettare la responsabilità applicando approcci etici in ogni momento» (citazione dal documento, ancora bozza).

Nelle tabelle corrispondenti, alla sezione «schemi comportamentali» si parla anche in modo esplicito di «esprimere creatività e immaginazione». La novità significativa sta nell’associare questi «schemi comportamentali» alle «abilità» (tra le altre) del «pensiero strategico» e del «risolvere problemi, agire sulla base di idee e opportunità e di trasformarle in valori per gli altri».

Questo implica il riconoscere che il pensiero creativo è ciò che fa progredire la persona e rende efficace e significativa la sua azione nel mondo. Significa che nella scuola professionale, lungi dall’offrire un “addestramento” al lavoro con qualche alfabetizzazione di base, si vuole praticare invece una formazione integrale della persona. Significa inoltre che proprio il metodo della IeFP, basato sull’apprendimento in situazione lavorativa, contribuisce a sviluppare un pensiero che richiede la valutazione critica e la creatività nel trovare soluzioni.

 

Non mancano però i punti critici: nel tentativo in corso di trovare un raccordo tra le competenze in uscita del sistema IeFP e quello dell’Istruzione Professionale statale (IP) sono emersi nodi non facili da sciogliere.

Uno su tutti riguarda l’annosa questione del passaggio da un sistema all’altro, dove ci si trova spesso a veder penalizzati quegli studenti (un significativo 6,6%, dati ISFOL) che vorrebbero, finito il 4° anno di IeFP passare al 5° nell’IP e sostenere quindi l’esame di maturità per accedere a ITS o Università. Questi ragazzi spesso si trovano ad essere valutati sulle conoscenze le quali, a rigor di norme, non dovrebbero più essere avulse dal concetto di competenza.

I “programmi” scolastici come è noto non esistono più come tali, ma perché non riusciamo a liberarci dell’idea che per avere una formazione “completa” occorra conoscere nozionisticamente il programma, che alla fine è ancora quello del De Sanctis dell’unità d’Italia? Non c’è qui un equivoco di fondo?

Se facciamo così fatica a “tagliare” (sarebbe meglio dire “selezionare”) il “programma” quando si tratta di decidere cosa fare in classe e se ancora pensiamo che alla maturità (professionale) occorra conoscere tutti gli autori dell’Ottocento e Novecento forse ci stiamo perdendo il meglio della formazione professionale.

 

La sfida della IeFP è infatti quella di formare una persona che sia in grado di entrare con autonomia e responsabilità nel mondo del lavoro (l’Università non ha forse lo stesso compito?). Entrare nel mondo del lavoro oppure proseguire la strada della filiera professionalizzante (IFTS e ITS, i percorsi annuali e biennali che permettono una maggior specializzazione e il conseguimento di un titolo superiore professionalizzante). Ma che cos’è il lavoro? Cosa comporta? Non abbiamo incominciato a imparare, ricercare, conoscere ancora di più e meglio quando siamo entrati in un contesto lavorativo? Credo che molti di noi sottoscriverebbero una simile affermazione. Non intendo svalutare la portata dei Licei e dell’Università: tutt’altro. Si tratta di riconoscere il valore enorme dell’apprendimento che accade in contesto lavorativo, che non fornisce certo la quantità di conoscenze che le ore di lezione o di studio sui libri possono offrire (il “tempo del libro” è ineliminabile dal cammino della conoscenza) ma può fornire gli strumenti qualitativi con cui entrare in rapporto con il sapere e con la realtà tutta. Quali sono questi strumenti?

 

Come sappiamo noi di aver raggiunto una conoscenza certa? Solo nell’accorgerci del nesso tra un aspetto della realtà che abbiamo tra le mani e il suo scopo, che è ciò che lo raccorda al “tutto”, al reale. Questo paragone è una valutazione, che non è certo il “voto” numerico, ma –si potrebbe dire –  è il continuo feedback che la realtà (la materia, la società, la cultura, la natura delle cose) ci dà ad ogni azione che noi compiamo in essa. Saper leggere questo feedback, sapersi spostare da ciò che si crede di sapere per ascoltare ciò che il reale dice, saper giudicare quale scelta tiene più conto dei fattori che la realtà mostra, saper fidarsi di questa propria valutazione non è né una questione di “funzionamento” comportamentale né una questione di nozioni acquisite. Il medico che fa la diagnosi, con tutta la conoscenza che può avere, dovrà sempre prendersi il rischio e la responsabilità di decidere cosa fare del e col suo paziente. Non c’è macchina o analisi dei dati (al momento) che possa sostituire il rischio di immaginare, valutare e decidere personalmente. Come formiamo questa “capacità”? Di capacità infatti si tratta, cioè di una potenzialità insita nella persona, che non dipende innanzitutto dalle conoscenze o abilità che possiede. La capacità di valutare non è una conoscenza (non ha un contenuto specifico) né un’abilità (non è una destrezza particolare). È qualcosa che non dobbiamo inserire nella persona ma, appunto, “formare”, “dargli forma”, come un muscolo che occorre allenare perché raggiunga il suo pieno sviluppo. Se ai nostri studenti continueremo a dire “cosa devono fare”, senza sfidarli su cosa desiderano e pensano veramente, non staremo formando persone. E quando mancassero loro conoscenze o abilità (e a chi non mancano?) occorre che abbiano un metodo per come, dove e perché andare a cercarle. Così che – sicuramente con più fatica- possano perfino decidere di entrare all’università, o di lavorare non come robot ma come persone.

 

Francesco Fornasieri

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

Università degli Studi di Bergamo

@f_fornasieri

 

Scarica il PDF 

 




PinIt