Chi ha ucciso la concertazione

Innocenzo Cipolletta (L’Espresso, 7 novembre 2014)


Confindustria e sindacati sono come quelli che, nel 2014 per telefonare, cercano di mettere un gettone nell’iPhone? Questa la provocazione di Matteo Renzi, e forse non ha tutti i torti, a vedere certe recriminazioni. Non parlo tanto degli scioperi, delle manifestazioni e delle assemblee confindustriali, che sono espressioni consuete del mondo sindacale e associativo, quanto della pretesa di negoziare con il Governo l’insieme della politica economica dello stesso.

 

Il richiamo è alla concertazione che ha avuto la sua era gloriosa negli anni Novanta e che effettivamente allora servì a salvare il paese che fluttuava tra inflazione e svalutazioni. Con la concertazione decidemmo di eliminare ogni forma di indicizzazione dei salari, di bloccarli temporaneamente, d’imporre una tassa anch’essa temporanea sul capitale delle imprese e, in seguito, una tassa specifica sul reddito che sarebbe stata restituita in parte (promessa mantenuta), al fine di conseguire i parametri necessari per entrare nell’euro.

 

Da allora si invoca la concertazione come strumento per trovare accordi sociali, ma ci si dimentica che fu proprio il successo di quella concertazione che ha… ucciso la concertazione! Infatti, grazie al patto sociale firmato con il Governo Ciampi nel 1993, l’Italia poté entrare nell’euro e da allora ha perso il controllo dell’inflazione che è stato demandato alla Banca Centrale Europea.

 

MA PROPRIO il controllo dell’inflazione interna era l’arma con cui le parti sociali obbligavano i governi di allora a scendere a patti. Infatti, quando c’era la lira, la politica salariale aveva riflessi immediati sul tasso d’inflazione interno a causa dell’aumento del costo del lavoro. A sua volta l’inflazione interna generava una svalutazione della moneta che si ripercuoteva immediatamente sui tassi di interesse e, attraverso loro, sulla spesa pubblica a causa dell’elevato debito pubblico. Ecco allora che la contrattazione salariale, compito proprio delle parti sociali, aveva un’influenza immediata sulle variabili macroeconomiche del paese.

 

Da qui le lunghe trattative salariali, l’intervento dei Governi e la ricerca di accordi complessivi: in altre parole la concertazione, che ha avuto un ruolo rilevante nel riportare il paese sulla giusta via.

 

Ora questa situazione è cambiata. La variazione del costo del lavoro non incide più sul tasso di inflazione interno, perché questo è determinato dalla politica monetaria della Bce. Se il costo del lavoro cresce eccessivamente a causa di accordi salariali, l’Italia non ha maggiore inflazione, ma sono le imprese che perdono competitività e quindi rischiano di chiudere. Ne risente direttamente l’occupazione e questo ha fatto sì che, a livello aziendale, imprese e sindacati siano diventati molto più prudenti nella determinazione dei salari e trovino più facilmente accordi, come si può constatare, salvo poche eccezioni.

 

QUESTA NUOVA SITUAZIONE ha privato le parti sociali di un’arma che avevano ai tempi della lira e che li portava ad assumere il ruolo di attori primari nella politica economica. Oggi il loro ruolo è ridimensionato, e non possono più pretendere di negoziare parti rilevanti della politica economica che resta appannaggio e responsabilità del Governo. Certo, possono sempre criticare e proporre soluzioni diverse, come ogni altro esponente di questo paese, ma hanno perso il potere di interdizione.

 

In tale situazione, per loro è meglio cercare di capire come fare per continuare a contare nel paese, piuttosto che cercare di giocare un ruolo che non c’è più. E di cose da fare ce ne sono molte. Le parti sociali potrebbero assumere direttamente il compito di favorire il collocamento dei disoccupati sul territorio. Potrebbero gestire in proprio la Cassa Integrazione Guadagni come una mutua cooperativa senza pesare sulle casse dello Stato. Potrebbero sostenere la nascita di nuove imprese creando incubatori industriali. Possono infine negoziare forme contrattuali che favoriscano la crescita dell’occupazione e della produttività a livello aziendale. Ma difficilmente possono riesumare un processo come la concertazione che ha avuto il suo ruolo nell’Italia della lira del secolo scorso.

 

 

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