28 settembre 2015

Bastano 500 euro per la formazione degli insegnanti?

Alfonso Balsamo


Il 22 settembre il Presidente del Consiglio Renzi ha firmato il decreto che attribuisce 500 euro netti ogni anno agli insegnanti per spese di “autoformazione”. Si tratta di un decreto che mette in pratica quanto stabilito nella legge n. 107 del 13 luglio 2015 che per valorizzare le competenze degli insegnanti attribuisce a ciascuno di loro una Carta elettronica con 500 euro da spendere per ciascun anno scolastico.  Il bonus si potrà utilizzare per acquistare libri, riviste, software, iscriversi a corsi di aggiornamento o corsi di laurea, visitare musei, andare a teatro o al cinema o, più in generale ad eventi culturali e spettacoli dal vivo. Unico onere la rendicontazione delle spese per dimostrare l’effettivo utilizzo delle risorse per la finalità prevista. Se la macchina ministeriale non avrà intoppi sarà possibile per gli insegnanti ricevere i 500 euro già accanto allo stipendio di ottobre 2015.

Se da una parte è apprezzabile l’investimento in formazione continua per gli insegnanti dall’altra suscita qualche dubbio la forte discrezionalità che avrà ogni insegnante nella scelta delle modalità autoformative. Perché è pur vero che la legge prevede tra le possibili attività anche iniziative coerenti con il piano triennale dell’offerta formativa delle scuole e del Piano nazionale di formazione previsti dal comma 124: una formazione in questo caso più coerente con le reali necessità della scuola, dei suoi studenti e più in generale dell’area territoriale in cui si inserisce. Ma è anche vero che la norma non dispone nessuna priorità tra le formazioni possibili: ad esempio un insegnante di una scuola a Scampia potrà decidere liberamente se andare al cinema oppure se partecipare a corsi di prevenzione della microcriminalità coerenti con l’obiettivo triennale della scuola di ridurre la dispersione scolastica. È evidente che dall’una o l’altra scelta dipenda, anche se non in via esclusiva, la reale efficacia dell’insegnante nel percorso degli studenti.

 

Da un punto di vista metodologico, poi, sorge un’altra perplessità. È l’autoformazione lo strumento più adatto per lo sviluppo delle competenze del corpo docente italiano? La risposta è quantomeno incerta. Il rischio è quello di un solipsismo formativo mentre in realtà tutte le più moderne tecniche rivelano la necessità di percorsi di gruppo, siano essi focus group, workshop o laboratori.

 

Ai dubbi sul reale impatto formativo dei 500 euro si affianca allora la sensazione di un sottile egualitarismo sull’uso delle risorse. Un egualitarismo incoerente con le presunte innovazioni meritocratiche della legge n. 107/2015. Da un lato infatti la riforma scolastica si dà l’obiettivo di puntare su valutazione e meritocrazia per gli insegnanti, dall’altro prevede meccanismi di premialità “a pioggia” che prescindono dall’effettivo valore dimostrato nell’insegnamento. Il paradosso è rivelato dalla legge n. 107/2015: l’articolo 1, comma 126 prevede lo stanziamento di 200 milioni di euro totali per il fondo di merito che premierà i migliori insegnanti, mentre il comma 121 assegna 500 euro netti ogni anno a tutti gli insegnanti della scuola italiana. Ma al comma 123 si precisa che per le finalità del comma 121 le risorse stanziate saranno 381 milioni di euro che permetteranno di fatto di attribuire il bonus a circa 762mila insegnanti di ruolo (compresi i neo-assunti).

 

In pratica le risorse per l’autoformazione per tutti sono il doppio di quelle per valorizzare i più bravi. Ma non sarebbe stato più coerente con lo spirito innovativo de “La Buona Scuola” attribuire maggiori risorse al fondo per il merito? Si potrebbe obiettare che il finanziamento all’autoformazione ha un vincolo di destinazione (anche se piuttosto generico), a differenza di un “premio di produzione” sullo stipendio di cui ogni insegnante potrà disporre a piacimento. Permane tuttavia la sensazione di un sistema di pesi e contrappesi, merito-equità, che penda soprattutto su quest’ultima anche per non lasciare “a bocca asciutta” la maggior parte degli insegnanti.  Un esempio può aiutare a capire facendo una ricognizione media dei dati disponibili: ogni scuola statale italiana ha a disposizione, in virtù del fondo per il merito, circa 25mila euro ogni anno da distribuire agli insegnanti più validi. In media una scuola italiana è composta di 85 insegnanti. Se il preside decide di attribuire il valore di uno stipendio mensile in più, in media duemila euro lordi per ogni insegnante meritevole, potrà premiare solo 12 insegnanti su 85. In un sistema scolastico ancora poco abituato alla valutazione e alla competizione (basti ricordare le polemiche sui “presidi-sceriffi”) lasciare senza nessun riconoscimento alcuno 73 insegnanti su 85 è un atto di coraggio ancora improponibile. E di certo impopolare.

Ma ancora più audace sarebbe ragionare sul lungo periodo e capire come valorizzare gli insegnanti italiani che sono tra i meno pagati d’Europa. Il contributo di 500 euro annui non risolverà certo il problema, semmai aiuterà a distrarsene. I dati Eurydice mostrano che un insegnante di scuola superiore italiano ha uno stipendio lordo iniziale di 23mila euro annui e può arrivare a fine carriera a 39mila. Impensabile raggiungere i 79mila euro di stipendio minimo del Lussemburgo, ma i 50mila della Germania, i 31mila della Spagna e i 27mila della Francia non sono retribuzioni impossibili da offrire se si ottimizzano le risorse (attirando così verso l’insegnamento persone talentuose e competenti che invece preferiscono altre carriere).

 

I migliori sistemi scolastici europei ci dicono che vale la regola dei “pochi ma buoni”: meno insegnanti, più preparati, più pagati. Va ricordato, su dati Ocse, che il rapporto docente-alunno in Italia è di 1 a 12 (media Ocse 1 ogni 15). Con l’ingresso di 102mila nuovi insegnanti in organico il rapporto docente-alunno sarà di 1 a 10: ci allontaneremo ulteriormente dagli standard internazionali.

Più capziosa la questione che riguarda l’orario di lavoro dell’insegnante: si può sostenere infatti che a basse retribuzioni corrispondono orari di lavoro settimanale più brevi rispetto a quelli degli insegnanti europei. Ma i dati Eurydice sconfessano questa posizione. A livello di ore di lezione infatti, mantenendo il riferimento alla scuola superiore, i docenti italiani sono in linea con i colleghi europei: 18 ore settimanali in Italia, 18 in Germania, 19 in Danimarca, 14 in Francia.

 

Tra i dati Eurydice sull’orario degli insegnanti è più significativa la voce “Disponibilità a scuola”: 40 ore settimanali in Germania, 37 in Danimarca, 35 in Francia. Il dato per l’Italia è assente: Eurydice riporta solo l’orario settimanale di lavoro previsto dal CCNL per gli insegnanti che è l’orario in aula (18 ore); mentre negli altri Paesi europei i contratti si occupano di stabilire tutto l’orario settimanale di presenza a scuola. Tuttavia l’assenza di dati comparati non esime da una valutazione della prassi: tra le attività degli insegnanti italiani infatti rientrano, oltre al lavoro in classe, attività funzionali come la partecipazione ai Collegi, verifiche e incontri con le famiglie, la partecipazione ai consigli di classe (si arriva fino a 80 ore all’anno ex art. 29 del CCNL); ma anche la correzione degli esercizi, gli scrutini quadrimestrali, le verifiche di recupero di fine estate, la compilazione degli atti di valutazione. A questo si aggiungono impegni più soggettivi che sono la preparazione delle lezioni, degli esercizi da proporre, più la preparazione di appunti e schemi.

Insomma se devono essere i (pochi ma) buoni insegnanti a fare la buona scuola, i veri portatori di innovazione nelle classi, in Italia siamo ancora distanti da una riflessione integrale sul loro ruolo. Una visita al museo, una dozzina di libri all’anno e una gita fuori porta non possono risolvere la questione di più formazione e più meritocrazia per gli insegnanti. Guardando poi in prospettiva restano forti perplessità sul fatto che 500 euro all’anno per libri et circenses aiutino gli studenti italiani ad essere più performanti nei test Invalsi, a trovare lavoro più velocemente dopo il diploma, a non lasciare l’università dopo un anno e a completare gli studi in tempo.

 

Tutti obiettivi da raggiungere ripensando totalmente il nostro sistema educativo e facendo un passaggio, il più coraggioso di tutti, che la riforma sembra ignorare: fare dello studente e del suo futuro (personale e lavorativo) il vero centro delle politiche scolastiche. E, quindi, anche della formazione del corpo docente.

 

Alfonso Balsamo

Scuola di dottorato in Formazione della persona e mercato del lavoro

ADAPT, Università degli Studi di Bergamo

@Alfonso_Balsamo

 

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