7 luglio 2017

Autocertificazione della malattia: quel ritardo culturale che pesa su lavoratori e imprese

Michele Tiraboschi *


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Se fossimo un Paese normale la proposta contenuta nel disegno di legge di iniziativa del senatore Maurizio Romani, di consentire l’autocertificazione per i primi tre giorni di assenza dal lavoro per malattia, non susciterebbe nessuno stupore. Una proposta, è bene precisare, che allo stato è circoscritta al solo lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche ma che, in caso di approvazione, potrebbe poi essere rapidamente estesa anche al settore privato.

 

Se fossimo un Paese normale potremmo ritenere la proposta una logica conseguenza del testo di legge da poco approvato dal Parlamento in materia di lavoro agile. Le tecnologie di nuova generazione, che consentono di lavorare in ogni luogo e ad ogni ora, stanno del resto demolendo la centralità dell’ufficio di lavoro orientando i rapporti di lavoro verso logiche fiduciarie e collaborative. Un cambio di paradigma, quello dello smart working, che lascia presupporre il passaggio dalle dinamiche gerarchiche di comando e controllo tipiche del Novecento industriale a un nuovo umanesimo del lavoro scandito da parole d’ordine come fiducia, responsabilità, obiettivi. Tutto questo con benefici per le imprese e i lavoratori. Le prime in termini di maggiore produttività e di una cultura manageriale focalizzata sui risultati piuttosto che sulla semplice presenza al lavoro. I secondi in termini di maggiore benessere e di una migliore conciliazione tra tempi di vita e di lavoro come del resto lascia intuire la recente esplosione del welfare aziendale.

Se fossimo un Paese normale potremmo infine ricollegare la proposta ai grandi cambiamenti demografici che colpiscono l’Italia più di altri Paesi in ragione dell’invecchiamento della popolazione attiva e del costante incremento delle malattie croniche. Come ha denunciato il Direttore Generale della Organizzazione Mondiale della Sanità – con parole riprese dal “Rapporto Osservasalute 2016” promosso dalla Università Cattolica – siamo in prossimità di «un disastro imminente, un disastro per la salute, per la società e soprattutto per le economie nazionali». Già oggi in Europa quasi il 25 per cento della popolazione in età di lavoro soffre i disturbi di almeno una malattia cronica mentre la quota di malati cronici che lavora sia pari al 20 per cento della forza-lavoro. Bene dunque attrezzarci per gestire, anche negli ambienti di lavoro, le patologie più gravi, lasciando alla libertà e responsabilità delle persone la gestione delle malattie brevi e meno invasive. Non a caso la stessa evoluzione della contrattazione collettiva si sta muovendo da tempo in questa direzione mediante la responsabilizzazione dei lavoratori con la riduzione della retribuzione via via che si reiterano assenze per malattie brevi. Senza dimenticare poi che oggi per un lavoratore è assai semplice

farsi rilasciare un certificato medico adducendo malesseri che difficilmente sono verificabili sul piano clinico e, dunque, con limitate possibilità̀ di accertamento da parte del medico.

 

Tutto vero e bello se per l’appunto fossimo un Paese normale. Un Paese in cui leggi importanti come la 104, per l’assistenza e il sostegno delle persone con disabilità, non fossero largamente abusate come denunciato da numerose inchieste. Un Paese in cui, ciclicamente, emergono nuovi sconcertanti episodi dell’esercito dei furbetti del cartellino e dove la notte di Capodanno oltre l’80 per cento dei vigili urbani della Capitale può risultare assente per malattia senza alcuna conseguenza pratica se non qualche titolo di giornale.

Proposte che portano a prendere consapevolezza del futuro del lavoro vanno discusse senza pregiudizi o tabù. E tuttavia è difficile farlo in Italia pena iscriversi nel partito degli illusi e dei sognatori. Eppure sono proprio questa impreparazione e questo ritardo culturale a incidere pesantemente sul deficit di sviluppo e sulla bassa produttività del lavoro del nostro Paese. Ad essere penalizzate sono così tutte le parti in gioco. I lavoratori, che non possono gestire in modo agile e responsabile le malattie brevi, ma anche le stesse imprese che faticano a sviluppare quelle logiche collaborative e quei rapporti fiduciari che sono propri dei modi di lavorare della Quarta rivoluzione industriale.

 

Michele Tiraboschi

Coordinatore scientifico ADAPT

@Michele_ADAPT

 

*Pubblicato anche su Il Sole 24 Ore, 7 luglio 2017

 

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