13 febbraio 2017

Andrew Puzder: il (quasi) Segretario del Lavoro di Trump

Carlo Zandel


Tra i personaggi proposti da Trump per il suo Gabinetto, uno dei più criticati è stato il nominato Segretario del Lavoro Andrew Puzder, critiche che lo hanno portato a rinunciare alla sua nomina. Puzder sarebbe stato uno dei realizzatori dell’obiettivo, dichiarato in campagna elettorale, di creare 25 milioni di posti di lavoro nei prossimi dieci anni.

 

Puzder è il CEO di CKE Restaurants, una holding nel campo della ristorazione fast-food. Ed è questo suo ruolo la prima causa che ne ha frenato la nomina. Alla commissione competente, infatti, non era ancora giunta la documentazione relativa all’assenza di conflitto di interessi che avrebbe dovuto presentare. Inoltre altri due motivi, di carattere personale, non gli hanno fatto trovare l’appoggio di un nutrito gruppo di senatori repubblicani. Il primo è che era recentemente emerso che Puzder aveva assunto una domestica che non poteva lavorare legalmente negli USA (fatto evidentemente scottante rispetto le posizioni sull’immigrazione di Trump), poi sanando la situazione. Un caso simile, sotto la presidenza Bush Jr., aveva fatto ritirare la candidatura dell’allora nominata Segretaria del Lavoro Linda Chavez. Il secondo motivo è che era ritornata all’attenzione mediatica una intervista degli anni ’80 in cui la ex moglie lo accusava di violenza domestica (accusa poi ritirata), che, insieme ad alcune sue affermazioni ritenute sessiste («We believe in putting hot models in our commercials, because ugly ones don’t sell burgers»), hanno imbarazzato alcuni repubblicani.

Altre critiche avevano evidenziato come fosse incoerente nominare Segretario del Lavoro il CEO di una holding le cui controllate hanno ripetutamente violato i diritti dei lavoratori (in termini di giusta retribuzione, parità di trattamento, discriminazione, …).

 

Ma le critiche più aspre, che venivano evidentemente dai democratici e dai sindacati – che ora esultano per il ritiro della sua candidatura –, sono state senza dubbio quelle riguardante la visione di Puzder rispetto ai temi del lavoro.

La visione che sembra emergere dalle sue dichiarazioni e dai suoi scritti risponde ai principi, spesso anche estremizzati, del liberismo contemporaneo: il mercato del lavoro dovrebbe essere il più flessibile possibile, non vi dovrebbero essere ingerenze dello Stato nella regolazione e nella attività economica – in quanto generatore di fallimenti e indebitamento –, vi dovrebbe essere una bassa tassazione delle imprese, la redistribuzione della ricchezza sarebbe antitetica alla creazione di posti di lavoro e allo spirito imprenditoriale americano, dovrebbe essere incentivata la spesa in ricerca e sviluppo, e infine l’immigrazione viene vista in maniera positiva (recentemente, avvicinandosi a Trump, ha ritrattato, affermando che gli immigrati tolgono lavoro agli americani, facendo l’eco al magnate con il motto «buy American and hire American»; ma la sua vecchia posizione non era stata dimenticata da alcuni repubblicani, e questo è un altro motivo al mancato appoggio alla sua nomina). La creazione di posti di lavoro – obiettivo dichiarato di Trump – dipenderebbe, quindi, per Puzder dall’esistenza di un effettivo libero mercato (nel 2010, insieme a David Newton, pubblica quello che sarebbe potuto diventare il suo manifesto programmatico: “Job Creation: How It Really Works and Why Government Doesn’t Understand it”).

 

Puzder ha criticato la proposta di Obama, poi bocciata per via della maggioranza repubblicana nel Congresso, di alzare il salario minimo federale da $7.25 a $10.10 l’ora. L’aumento del salario minimo secondo Puzder porterebbe infatti o ad un aumento dei prezzi o a rendere più conveniente la sostituzione dei lavoratori – in particolare i meno qualificati, la cui produttività diventerebbe infatti minore del salario percepito – con le macchine. Vi sarebbero quindi problemi sia per i già impiegati, che verrebbero licenziati e sostituiti dall’automatizzazione, sia per chi è in cerca di lavoro, in particolare per i giovani, il cui investimento – dato anche il gap iniziale di produttività – diventerebbe troppo costoso.

 

A questo proposito, l’affermazione di Puzder, secondo cui le macchine sono «always polite, they always upsell, they never take a vacation, they never show up late, there’s never a slip-and-fall, or an age, sex, or race discrimination case», ha generato forti critiche, soprattutto se letta con quanto riportato sopra. Queste sue parole, con una lettura più completa delle sue affermazioni («We could never take out all the front-line employees.»), vanno intese tra la provocazione e il dato di fatto, e possono essere fonte di riflessione sul futuro del lavoro e del ruolo della politica rispetto ad esso: questa potrebbe promuovere, ad esempio, in linea con un’idea di lavoro 4.0, politiche di formazione (già dalla scuola dell’obbligo), riqualificazione professionale, sostegno alle transizioni occupazionali e così via – idee di policy già presenti nei documenti programmatici dell’amministrazione Obama, che vedremo se e in che modo saranno perseguite nell’agenda del prossimo Segretario del Lavoro –, oppure politiche basate su sussidi ai lavoratori resi oramai ridondanti dal progresso tecnico (e questa sarebbe una soluzione estrema, ma non così lontana da proposte effettivamente presentate, ma in ogni caso incompatibile con la visione di Puzder o di qualsiasi altro repubblicano).

 

Tornando al salario minimo, l’unico modo per alzarlo sarebbe quello di farlo «razionalmente» (citando Puzder), cioè verso un livello massimo, ritenuto sostenibile, pari a $9; creando un salario minimo differenziato, più basso, per i giovani al fine di incentivarne l’investimento; infine ritagliando il salario minimo non solo a livello federale e di Stato ma anche a livello regionale, al fine di calarlo il più possibile sulla realtà economica locale.

 

Le critiche di Puzder si rivolgono anche all’aumento, voluto da Obama, della linea retributiva (da $23,660 a $47,476) sotto la quale si può richiedere lo straordinario – aumentando quindi la platea dei possibili richiedenti –, e alle assenze retribuite in caso di malattia (rientranti nella Obamacare), interventi che porterebbero esclusivamente ad un aumento del costo del lavoro.

Infine le sue critiche, come prevedibile, colpiscono anche i sindacati (da Obama invece più volte lodati), accusati, con la loro attività, di aumentare solamente il costo del lavoro.

 

Dopo la rinuncia di Puzder, il nome scelto da Trump come Segretario del Lavoro è quello del preside della Florida International University College of Law, con una passata esperienza nel sistema giudiziario e nell’amministrazione federale, R. Alexander Acosta. Questa nomina sembra aver trovato un certo consenso, tanto che il presidente del sindacato AFL-CIO, Richard Trumka, ha dichiarato che «Unlike Andy Puzder, Alexander Acosta’s nomination deserves serious consideration. In one day, we’ve gone from a fast-food chain CEO who routinely violates labor law to a public servant with experience enforcing it».

 

Come ha evidenziato Krugman, le scelte di Trump, come quelle del oramai defenestrato Puzder e di Acosta, non sembrano andare verso quelle promesse – giudicate dalle opposizioni come populiste – espresse in campagna elettorale. Queste sarebbero state perseguite, evidentemente, nominando individui “anti-sistema” e “anti-élite”, ma le sue scelte sembrano più inserirsi sulla traiettoria del «classico repubblicano intransigente della destra economica», traiettoria, sicuramente sui temi del lavoro, ben lontana da quella intrapresa, nei fatti o nei programmi, da Obama.

 

Carlo Zandel

ADAPT Junior Fellow

@CarloZandel

 

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