Alternanza scuola lavoro: e pensare a un promotore?

Umberto Lonardoni


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Le recenti manifestazioni di piazza degli studenti contro l’introduzione nelle scuole italiane dei percorsi di alternanza scuola lavoro, resi obbligatori dalla legge sulla cosiddetta “Buona scuola”, evidenziano alcuni problemi rilevanti.

 

Innanzitutto cos’è l’alternanza scuola lavoro? Partire dal chiarirci sui termini della questione ci permette di non correre il rischio di generare incomprensioni e contrasti sul tema.

 

Dalla prospettiva di un soggetto formativo come IFOA, ma anche per come più autorevolmente la definiscono diversi economisti e studiosi, l’alternanza è una metodologia di conoscenza che la realtà e il contesto sociale, scolastico, economico e lavorativo oggi hanno reso necessaria. Se in passato era abbastanza scontato che nella vita delle persone ci fossero due fasi nettamente separate, quella dello studio e quella del lavoro, oggi stiamo assistendo a un cambiamento in cui queste “fasi” della vita si sovrappongono e si intersecano.

 

Per fare un esempio, l’attuale rivoluzione indotta dall’introduzione delle tecnologie digitali nelle imprese (la cosiddetta “Industria 4.0”), comporterà un incredibile sforzo di adeguamento delle conoscenze e delle competenze dei lavoratori a tutti i livelli professionali e per tutti i settori produttivi. Se questo adeguamento non avvenisse il rischio sarebbe la perdita di competitività delle nostre imprese, (ad esempio rispetto a quelle di altri paesi più attenti e già attivi sui cambiamenti in atto) e per i lavoratori una drammatica “obsolescenza professionale” che potrebbe comportarne l’espulsione dal mercato del lavoro. Insomma nei prossimi anni ci sarà sicuramente bisogno di un grande progetto di “alternanza lavoro scuola” per riportare gli adulti ad imparare. Forse è meglio chiamarla, in senso lato, alternanza studio lavoro visto che oggi per capire la realtà non è sufficiente leggerla sui libri ma occorre confrontarsi con l’esperienza e viceversa l’esperienza da sola non è sufficiente a capire la complessità della realtà e la velocità del cambiamento. Con queste premesse come si può essere seriamente contrari a introdurre anche nelle scuole italiane un processo che aiuti i nostri ragazzi ad essere attrezzati in tal senso?

 

Tuttavia, il disagio espresso dagli studenti, al di là di slogan ideologici che paiono oggettivamente poco attuali, evidenzia un problema reale che pare essere spesso presente in un certo modo di legiferare e di rapportarsi fra politica e società. Infatti sembra dominare un’idea di disintermediazione che considera come automatici il verificarsi dei principi legislativi dal momento dell’estensione della norma a quello della sua concreta applicazione. È la prosopopea del “senza oneri per la Stato” che spesso ammanta molte “pseudo-riforme” degli ultimi anni che non implica solo assenze di costi, ma molto più gravemente assenza di processi, di organizzazione e di responsabilità individuate. Se per decine di anni, scuole e imprese non si sono parlate (ad eccezione di lodevoli iniziative favorite da persone illuminate presenti in scuole o imprese), come si può pensare che dalla sera alla mattina ciò avvenga perché vi è la necessità di porre in alternanza 1 milione e mezzo di studenti? E ancora chi è che verifica e garantisce la qualità delle esperienze che si mettono in campo per fare alternanza? Le scuole hanno già i loro problemi organizzativi e di personale e le imprese hanno una mission diversa.

 

È evidente che in una situazione del genere il rischio di “buttar lì” esperienze di alternanza che tradiscano il loro scopo è veramente elevato. Anche in considerazione della diversità di realtà imprenditoriali, scolastiche e sociali che contraddistingue il nostro paese dal punto di vista delle differenze territoriali.

 

Quindi, mi chiedo chi è che può fare da ponte fra il mondo della scuola e quello delle imprese, supportando e accompagnando i ragazzi, affinché l’esperienza di alternanza non tradisca gli scopi per cui è stata pensata?

 

L’esperienza di un soggetto come IFOA che da anni lavora all’inserimento di ragazzi in stage o tirocini ci dice che il ruolo del “promotore” dell’alternanza (un soggetto terzo, accreditato e autorizzato, che si pone fra il mondo dell’aula/scuola e l’impresa) può essere l’elemento di garanzia per i ragazzi e di valorizzazione del ruolo delle aziende anche perché è in grado di certificare le competenze che si possono acquisire al termine del percorso valorizzandolo in un’ottica curricolare.

 

Non è tanto un ruolo burocratico quello che immagino o voglio rivendicare, ma piuttosto il riconoscimento di un contenuto professionale che è proprio di chi conosce mercato del lavoro territoriale e organizzazione aziendale e al contempo presidia l’aspetto metodologico e didattico, oltre che una cura relazionale e di accompagnamento.

 

La legge non prevede in alcun modo un tale ruolo e quindi affida al “volontariato” di professori e imprese questi aspetti. Una risposta che pare insufficiente.

 

Senza un soggetto professionale con questo ruolo (sia esso interno alle scuole o alle imprese – che però deve essere individuato e formato – oppure sia trovato all’esterno) il rischio di abusi resta oggettivamente molto elevato ma ancora più elevato è il rischio di far compiere ai nostri ragazzi periodi di alternanza inutili o inefficaci.

 

Umberto Lonardoni
Direttore di IFOA

 

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4 dicembre 2017