22 luglio 2014

Agenzie per il lavoro: più che un’eresia, un mistero

Monica Lodi


In merito all’articolo di Dario Di Vico (cfr. Di Vico “Perché in Italia le agenzie private del lavoro restano un’eresia?” in Bollettino Adapt 23 giugno 2014), vorrei esprimere apprezzamento per aver sollevato la questione e ribadire la negatività del fatto che non si parli dei servizi di incontro tra domanda e offerta e in particolare delle Agenzie per il lavoro.

 

Sono una orientatrice professionale ed opero nel contesto universitario, in cui gestisco incontri di gruppo sulle tecniche di ricerca del lavoro e svolgo numerosi colloqui individuali con studenti, laureandi e neolaureati di diversi indirizzi. Occasionalmente, anche nella vita privata, mi capita di incontrare amici o conoscenti adulti in cerca di occupazione o interessati a cambiare lavoro.

 

Ebbene, in generale, rilevo tra le persone una sostanziale mancanza di conoscenza dei servizi per la ricerca del lavoro, pubblici, ma soprattutto privati. Registro spesso una diffidenza negli intermediari non motivata da esperienze dirette, ma dovuta ad aspettative inadeguate e alla sostanziale assenza di una rappresentazione del mercato del lavoro inteso come luogo in cui si incontrano domanda e offerta (al di là degli aspetti contrattuali).

 

Costruirsi una rappresentazione del mercato del lavoro è un traguardo significativo: poter abbracciare con uno sguardo una rete di servizi e punti di riferimento che rispondono ad un disegno razionale comprensibile e capire come utilizzare al meglio queste opportunità, vuol dire esercitare una libertà personale importante. Cercare lavoro dovrebbe infatti essere una cosa normale, che fa parte della vita quotidiana: una necessità sicuramente, ma anche un desiderio, quello di migliorare la propria condizione economica e la qualità del proprio lavoro. Anche questo ha a che fare con l’agire appieno la propria cittadinanza.

 

Serve dunque una mappa per muoversi nel territorio. E dove si può trarre tale rappresentazione? Non certo dalle persone che hanno iniziato a lavorare prima delle riforme degli anni Novanta. Ma anche chi ha cominciato più recentemente a muoversi nel mercato del lavoro non è detto che abbia colto il segno dei cambiamenti e che sappia leggere la realtà intorno a sé. Il dibattito politico, inoltre, è sempre molto ideologico su questi temi; anche i media tendono più a tratteggiare storie e casi umani che a fornire informazioni utili e sembrano poco dentro l’argomento: si parla ancora di agenzie interinali, invece che di somministrazione.. si parla di collocamento, ma forse non è chiaro cosa siano oggi i Centri per l’Impiego…

 

Una rappresentazione dei luoghi in cui si incontrano domanda e offerta in Italia, oggi, 2014, è però possibile: il mercato del lavoro è stato liberalizzato, l’avviamento al lavoro dietro nulla osta pubblico era un anacronismo storico, è stato abolito e con esso sono stati aboliti gli Uffici di collocamento. Lo Stato italiano ha rinunciato al monopolio, ha decentrato i servizi e attraverso di essi (Centri per l’Impiego) eroga gli ammortizzatori sociali (il meccanismo della disoccupazione e della mobilità), controlla i flussi (comunicazioni obbligatorie per ogni nuova assunzione e cessazione) supporta gli utenti (orientamento e incontro tra domanda/offerta di lavoro, gratuitamente anche per le aziende). Ci sono però risorse limitate. Nella provincia in cui vivo, vi sono 700 mila abitanti e 7 Centri per l’Impiego. Con tutta la buona volontà degli ottimi operatori che vi lavorano.. Sarebbe giusto concepire i Centri come uno dei soggetti del mercato del lavoro, rimodulando le aspettative nei loro confronti.

 

Parallelamente, infatti, lo Stato autorizza le Scuole Superiori e le Università, oltre ad una serie di altri enti non a scopo di lucro, a svolgere intermediazione a favore dei propri utenti, aumentando così la possibilità che la domanda e l’offerta si incontrino.

 

Accanto al ruolo del pubblico, lo Stato autorizza infine i privati che intendono operare in questo ambito a fini di lucro, con cinque regimi autorizzatori, (Somministrazione generalista e specialista, Intermediazione, Ricerca e Selezione, Outplacement). Ecco quindi le Agenzie per il lavoro: privati autorizzati dallo Stato a svolgere una funzione che rimane in ogni caso di pubblica utilità – favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro – integrando così il sistema dei servizi. In quanto servizi privati, non sono finanziati dallo Stato.

 

La legge italiana impone che non si possa chiedere denaro ad un cittadino (disoccupato o occupato) per partecipare ad una selezione: altro dato non universalmente noto. Il lucro degli operatori privati deriva quindi dalle aziende che hanno bisogno di collaboratori e decidono di avvalersi della loro intermediazione, invece di gestire direttamente le ricerche, soprattutto se comportano tempi ed energie che non hanno e se hanno fiducia nella loro professionalità. Le Agenzie guadagnano e pagano gli stipendi ai loro dipendenti interni se collocano le persone, se sono così bravi da offrire un servizio di qualità e a costi adeguati alle imprese loro clienti. I cittadini, disoccupati, giovani e adulti, costituiscono quindi la loro materia prima. Se collocano le persone, guadagnano. In una città come quella in cui vivo operano circa 40 agenzie delle diverse tipologie sopra menzionate. Con la crisi degli ultimi anni hanno sicuramente sofferto, ma la loro presenza, in regime di concorrenza, è indice della capacità di dare risposta ad un bisogno proveniente dal tessuto economico in cui operano.

 

Ecco quindi, che si delinea un sistema di servizi per la ricerca del lavoro. Non sarà identico ovunque: avrà sicuramente dimensioni diverse in base alle caratteristiche dell’economia del territorio preso in esame e alle diverse latitudini del nostro paese. Ma esiste. E, come scrive Di Vico, se viene utilizzato, funziona. Ritengo verosimile affermare che i cittadini italiani, impattando uno o più di questi servizi, siano arrivati empiricamente a conoscerli. Bisognerebbe però diffondere il significato, la conoscenza strutturata dell’intero sistema dei servizi, per favorirne la comprensione e l’utilizzo.

 

Perché quindi non parlarne diffusamente? Fra tutti i motivi plausibili, ho il dubbio che i media e la politica non se ne occupino perché non sono ancora riusciti a costruirsi una rappresentazione moderna e attuale del mercato del lavoro. Purtroppo.

 

Monica Lodi

Orientratrice professionale

ER.GO Azienda Regionale per il Diritto agli Studi Superiori dell’Emilia Romagna

Servizio Orientamento al Lavoro

 

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