30 settembre 2016

13 Partners da 6 paesi europei, per ripensare l’apprendimento duale: il progetto EuroDuaLE

Chiara Mancini


È online il nuovo sito di EuroDuaLE, un progetto finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma Erasmus+ che si propone di sviluppare e sperimentare percorsi di apprendimento duale in mobilità per il segmento della formazione terziaria. Il progetto è promosso dal Centro studi Diritto Economia Ambiente e Lavoro del Dipartimento di Economia Marco Biagi dell’Università di Modena e Reggio Emilia in collaborazione con SOPHIA R&I, Fondazione ADAPT, Camera di Commercio Italo-Germanica, Otto-Von-Guericke-Universitaet Magdeborg, University of Southampton, Fondazione Politecnico di Milano, University College Leuven, Cofora International Projects BV, European Foundation for Education e.V., Universidad de Sevilla, Università degli Studi di Padova, Università degli Studi Roma Tre.

 

EuroDuaLE si propone, quindi, di sviluppare e sperimentare programmi di apprendimento duale in mobilità, affrontando così il problema dell’occupazione giovanile, attraverso il miglioramento dell’occupabilità dei giovani e la riduzione del mismatch tra le competenze richieste dal mercato del lavoro e quelle che i giovani possiedono alla fine di un percorso formativo tradizionale. L’obiettivo è quello di stabilire una sinergia tra le istituzioni di educazione terziaria (soprattutto università) e attori del mercato del lavoro, offrendo agli studenti che saranno coinvolti nella sperimentazione nuovi curricula accademici, che combineranno formazione formale (in aula) e formazione on-the-job, mobilità virtuale e fisica. EuroDuaLE si propone quindi di immaginare e testare sul campo un modello che possa essere replicato in diversi contesti anche dopo la fine del progetto, e a cui i designers (imprese, università, associazioni, parti sociali, politici…) di simili esperienze possano avere accesso.

 

Uno degli scopi ultimi di EuroDuaLE è infatti quello di rispondere ad alcune delle problematiche più pressanti dei nostri tempi, tra cui quella dell’alta disoccupazione giovanile: in Italia il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è arrivato a luglio 2016 a quota 39,2%, mentre il tasso di occupazione per la stessa fascia di età è al 16,1% (ISTAT). Sebbene il problema desti non poca preoccupazione nell’opinione pubblica, si tende spesso a soffermarsi sui trend trimestrali e a concentrare l’attenzione sull’ultima riforma. Viene invece trascurata l’analisi delle cause che determinano questo fenomeno e spesso si dimentica che la situazione più rosea che si riscontra in altri paesi europei – il tasso di occupazione giovanile in Germania nel 2015 rasenta il 50% (EUROSTAT) – non è determinata soltanto da una ripresa economica più rapida e consistente.

 

Certamente, nel nostro paese una buona parte del problema risiede dal lato della domanda, con le imprese che non innovano e non riescono a restare competitive sui mercati: questo, poi, si traduce anche sulla capacità di assumere forza lavoro basando il proprio business sulla qualità del capitale umano e non sull’abbassamento del costo del lavoro.

 

Ma la disoccupazione giovanile ha anche cause strutturali dal lato dell’offerta di lavoro, che presenta un ampio mismatch di competenze tra quello che i giovani imparano nel percorso scolastico  e quello che poi viene richiesto nel mondo del lavoro. Il risultato tedesco è dovuto in buona parte ad un sistema di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro che funziona a livello sistemico. Chi si occupa o è appassionato di sistemi duali potrebbe restare contrariato nel sentir parlare di “ingresso nel mondo del lavoro”. Infatti, i sistemi di apprendimento duale come quello alla tedesca – che fa scuola in materia – non sono semplicemente forme di ingresso nel mercato del lavoro, ma veri e propri percorsi “ordinari” nella vita scolastica dei giovani, che hanno l’opportunità di vivere significative esperienze lavorative durante i loro percorsi formativi. La loro valenza, quindi, non è semplicemente quella di favorire il placement per il primo lavoro – anche se questo è spesso l’effetto che poi si produce – ma è, soprattutto, quella di formare adeguatamente i giovani in vista delle loro carriere lavorative in senso ampio, dare un impulso positivo all’economia nel complesso e combattere alcuni dei problemi più pressanti delle società contemporanee. Infatti la disoccupazione giovanile ha pesanti conseguenze, solo per citare alcuni fenomeni, sulla sostenibilità del sistema di welfare, sui cambiamenti demografici (posticipazione delle fasi della vita), sulla qualità della vita, ecc.

 

Nel nostro paese riscontriamo una certa resistenza culturale verso i sistemi di apprendimento duale, che matura in diverse parti della società e in diversi attori. Il momento di “transizione scuola-lavoro” viene tradizionalmente concepito come un preciso punto nel tempo che si trova tra la fine del percorso scolastico e l’inizio di quello lavorativo. Questa netta separazione dei due momenti nei percorsi di vita e nelle carriere dei giovani contribuisce ad ampliare il mismatch delle competenze, che si rivela essere nel nostro paese un problema strutturale. È necessario, quindi, ripensare i curricula offerti (soprattutto) dalle università, il cui ruolo dovrebbe essere – oltre che quelli di primaria importanza di formare nei cittadini un adeguato senso civico e di contribuire al progresso della scienza – anche quello di preparare i giovani alla loro vita lavorativa. In un sistema in cui l’innovazione tecnologica modifica costantemente le competenze richieste, assolvere a questo compito non è semplice: affinché la  riforma dei curricula non si trasformi in una continua rincorsa dei nuovi metodi di produzione, l’università dovrebbe fornire ai giovani non tanto le competenze e conoscenze che sono richieste dalle imprese in quel dato momento, quanto la capacità di apprendere e formarsi durante tutto l’arco della vita. Da questa prospettiva possiamo allora capire l’importanza di rendere strutturale e funzionante il rapporto tra le istituzioni formative e le imprese, nell’ottica della distinzione, comune in pedagogia, tra “education” e “training”, dove il primo termine si riferisce all’attività di nutrire la mente, incoraggiare il pensiero indipendente e introdurre alla conoscenza del mondo, mentre training ha a che fare con la pratica, le competenze, con “come si fa” qualcosa.

 

L’apprendimento duale consiste appunto nel permettere agli studenti di vivere delle esperienze lavorative durante la loro vita scolastica: non un semplice stage ma un’esperienza strutturata, con un piano formativo adeguato e un sistema di riconoscimento delle competenze. Il sistema in Germania  funziona perché i numerosi soggetti che vi partecipano ne riconoscono i vantaggi a lungo termine e per questo aderiscono convintamente. Da una parte, l’università (o l’istituzione formativa) non teme la contaminazione con il mondo reale del lavoro, anzi lo considera un modo per assolvere ad uno dei suoi compiti fondamentali, senza comunque mettere in discussione l’autonomia della scienza – vale la pena sottolineare che in Germania esistono diversi tipi di Università tra cui quelle “tradizionali” che non prevedono il dual learning. Dall’altra parte, le imprese si impegnano in una reale e seria formazione dei giovani, sapendo che questo beneficerà l’economia del paese e quindi anche l’impresa stessa: in questo modo giovani e imprese entrano in contatto e per entrambi si apre anche un’opportunità a breve termine, di lavoro per gli uni e di attrazione di forza lavoro giovane e adeguatamente preparata per gli altri. La metodologia dell’apprendimento duale, quindi, non solo favorirebbe l’equipaggiamento dei giovani con le giuste competenze, ma anche riuscirebbe a dare alle imprese più coraggiose (e che hanno voglia di investire sul capitale umano) una nuova linfa vitale, fatta di giovani istruiti, veloci, curiosi e adattabili.

 

Il sistema di apprendimento duale può quindi essere uno degli strumenti attraverso cui fronteggiare le sfide maggiori dei nostri tempi. È vero che cambiamenti di questa portata potrebbero prodursi solo se il metodo diventasse davvero “di sistema”, ma EuroDuaLE si propone di accendere una prima scintilla, disegnando e sperimentando un modello su alcune limitate realtà, con l’obiettivo di creare un modello di apprendimento duale nell’ambito dell’educazione terziaria e con la componente della mobilità, anche in paesi che finora hanno sperimentato il dual learning in maniera limitata.

 

EuroDuaLE, iniziato a settembre 2015 e che si protrarrà fino ad agosto 2018, coinvolge 13 Partners collocati in 6 diversi paesi Europei: fanno parte del Consortium Università, enti di ricerca, associazioni no profit, una camera di commercio. Il progetto è ambizioso, sia per le sue dimensioni che per l’intento che intende perseguire. Una prima fase del progetto, che si sta in queste settimane concludendo, prevedeva lo studio del contesto rispetto ai diversi sistemi di dual learing (o simili esperienze) nei diversi paesi europei e alla mobilità dei giovani legata a motivi di lavoro. I risultati di questa fase di studio saranno resi noti a breve sul sito e attraverso i nostri canali social, ma possiamo già affermare che, se da una parte confermano l’impianto teorico del progetto e l’esistenza di buone pratiche consolidate, dall’altra mostrano quanto non possa essere immaginabile una via unica al modello duale che ricalchi la via tedesca. Se questi sistemi non si sono sviluppati in altri paesi europei, infatti, le ragioni sono soprattutto di ordine culturale, quindi non facili da scalfire. Nella seconda fase, quindi, i Partner svilupperanno un modello di base per esperienze di dual learning in mobilità, in cui, intorno ad un nucleo di princìpi e pratiche comuni (potremmo dire quasi definitorie del concetto di sistema duale), saranno previste specificità ed aggiustamenti per i diversi contesti nazionali e per altri fattori di contesto (stakeholders, disciplina, ecc..). Sarà proprio questo l’obiettivo del prossimo anno di lavoro. Il modello verrà quindi sviluppato prima da un punto di vista teorico, sulla base delle esperienze analizzate, dei problemi emersi e dell’expertise dei Partner. Da qui, poi, sarà costruito un vero e proprio Handbook con taglio pratico che si proporrà di fare i conti con la reale implementazione del modello proposto: i Partner svilupperanno quindi una guida pratica, utile sia per il Piloting previsto dal progetto sia per coloro (i designers) che in futuro vorranno mettere in pratica esperienze simili. L’Handbook conterrà anche un vero e proprio toolkit per aiutare i vari stakeholders con le pratiche di ordine gestionale. Alla fine, l’ultima fase del progetto è quella del test effettivo del modello, il Piloting, che consentirà ad alcuni studenti delle Università coinvolte nel progetto di vivere un’esperienza di dual learning e di mobilità (fisica e virtuale).

 

Insomma, crediamo che il progetto abbia un potenziale significativo: potrebbe rappresentare un caso pilota e una leva per introdurre in Italia e in altri paesi europei, un modello di successo, a beneficio tanto dei giovani quanto delle imprese, e contribuire a ridurre uno dei più importanti problemi che la nostra società si trova ad affrontare.

 

Chiara Mancini

Apprendista di ricerca, ADAPT Junior Fellow
@_ChiaraMancini

 

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