1° Maggio: alla ricerca del sindacato perduto

Giuliano Cazzola


Sapevamo per conoscenza diretta che i leader sindacali (salvo qualche rara eccezione) sono persone colte e di buone letture. Molti di loro − che una volta si formavano sui sacri testi del marxismo-leninismo o della sociologia americana − oggi sono diventati dei raffinati cultori di Blaise Pascal, tanto da poter citare a memoria interi brani de “I Pensieri”.

 

Le cronache raccontano, infatti, che quando le segreterie di Cgil, Cisl e Uil si sono riunite per decidere come celebrare la Festa del 1° Maggio, a Carmelo Barbagallo che proponeva di lasciar perdere con le solite manfrine, abbia risposto piccata Susanna Camusso citando il brano n.156: «L’abitudine genera le prove più efficaci e più credute […]. Bisogna acquisire una credenza più agevole, quella dell’abitudine: che senza violenza, senz’arte, senza argomentazioni ci fa credere le cose e inclina verso questa credenza tutte le nostre facoltà, in modo che la nostra anima ci cade naturalmente». Dal canto suo Annamaria Furlan non è voluta essere da meno (la Cisl è sempre stata competitiva con la Cgil) e si è buttata a capofitto nella citazione del “pensiero” n.243: «L’abitudine è la nostra natura. Chi si assuefà alla fede crede a quanto essa insegna e non può più non avere paura dell’inferno e non crede in altra cosa». Travolto da tanto sfoggio di cultura Barbagallo si è arreso. Ed è stato varato il programma per la Festa dei lavoratori. Naturalmente abbiamo scherzato. Fino ad un certo punto però, perché nella celebrazione della ricorrenza c’è una dose elevata di ritualità: l’iniziativa più nuova (che pure si svolge da più di vent’anni) rimane l’organizzazione del concerto in Piazza S. Giovanni (teatro un tempo dei comizi dei grandi leader politici e sindacali) a cui partecipano centinaia di migliaia di giovani, la grande maggioranza dei quali incontra il sindacato soltanto in quell’occasione. Eppure, se è vero, come scriveva Pascal, che i riti sono importanti nel sostenere una fede che vacilla, ben vengano anche i comizi del 1° Maggio a dimostrare che il sindacato “è vivo e lotta insieme a noi”. Prima o poi la nottata passerà. Intanto è di conforto trovarsi tra amici, magari un po’ invecchiati ed usciti già dal mercato del lavoro a godersi l’agognata pensione (ritenuta ormai una forma di socialismo individuale), quando il livello di gradimento è diminuito e, addirittura, il premier/segretario afferma che ha fatto molto meglio e di più per i lavoratori quel Sergio Marchionne che, alcuni anni or sono, veniva indicato alla stregua di un Grande Satana, determinato a riportare indietro di secoli i diritti dei lavoratori.

 

Ma i problemi rimangono. Quelli culturali e di identità, innanzi tutto. Le organizzazioni sindacali, con le loro politiche, vanno annoverate tra le forze innovatrici o tra quelle conservatrici? Ricordate quel personaggio – il tenente Innocenzi, interpretato da un eccezionale Alberto Sordi – che , nel film “Tutti a casa”, la mattina dell’8 settembre 1943, si interrogava se per caso i tedeschi non si fossero alleati con gli americani? Sia pure con differenti sfumature, Cgil, Cisl e Uil contestano quasi tutte le politiche attuate da un Governo di centro-sinistra, egemonizzato dal leader del Pd e rivendicano, in generale, un sostanziale ripristino della situazione precedente, nel diritto e nel mercato del lavoro, nel welfare e quant’altro. È evidente che una reale dialettica tra Governo e sindacati è non solo legittima, ma anche auspicabile. Ma da un paio di anni sono agli antipodi.

 

Viene da chiedersi, allora, se è mai possibile che grandi organizzazioni, che associano milioni di lavoratori, siano in grado di trovare appoggi solo in aree minoritarie di quella sinistra politica che, fino a pochi anni, fa comandavano a bacchetta. E se è plausibile che quanto viene considerato da un Governo di sinistra alla stregua di un importante disegno di riforma, si traduca, sul versante sindacale, nella minaccia della “reazione in agguato”. C’è poi, irrisolto, il problema della forma del sindacato ovvero di come esso riesca a mettersi in grado di interpretare la realtà nelle sue trasformazioni. Nei decenni trascorsi, le Confederazioni sono state capaci – sia pure con significativi ritardi, sacrifici e contraddizioni – di transitare dalla società agricola a quella industriale, fino ad imporre, con una buona dose di ideologia, il modello politico-organizzativo del manifatturiero a tutte le categorie. Poi si sono fermati lì, compensando i ridimensionamenti avvenuti nei settori primario e secondario, con un’espansione nel pubblico impiego e nella categoria dei pensionati. Stentano, però, ad adeguare le loro politiche e la loro struttura organizzativa alle esigenze della società dei servizi e all’articolazione del mercato del lavoro. È questa la vera carenza che si riscontra sul problema della rappresentanza e della rappresentatività sindacali. Sta tutta nel fatto che l’attuale modo di “essere sindacato” rimane confinato all’interno di un perimetro che va restringendosi. Fuori di esso è stato affisso, sul confine, un grande cartello con una scritta indicativa: hic sunt leones.

 

Giuliano Cazzola

Membro del Comitato scientifico ADAPT

Docente di Diritto del lavoro UniECampus

 

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